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UAE orchestrated hacking of Qatari government sites, sparking regional upheaval, according to U.S. intelligence officials

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Dear friend!

The United Arab Emirates orchestrated the hacking of Qatari government news and social media sites message

Frizzy Pazzi

From: nutizieri wp [mailto:]
Sent: Monday, July 17, 2017 4:56 AM
To: sorbolina@libero.it
Subject: which was?

Awful game for our players. I don’t know what Mourinho was thinking with the substitutes either. We didn’t have Schurrle or Luis on the bench and we subbed Oscar for Ramires and Willian for fucking Salah. Why would we bring on Salah when we’re three goals down.

The weakest link is obviously Cahill. Between conceding that penalty and booting Kane in the back he did nothing else but assist Tottenham.

Un argomento di questi giorni: Il mito dell’Ulivo

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Il mito dell’Ulivo

Luca Sofri

su Wittgenstein

il 4 luglio 2017

In estese parti del centrosinistra italiano si è radicato da vent’anni un mito vincente che col tempo si è sfocato in un sogno nostalgico che non ha niente a che vedere con la realtà, né quella attuale né quella di quando quel mito cominciò a formarsi: l’Ulivo. Un meccanismo di annebbiamento simile a quello di quando-c’era-lui-i treni-arrivavano-puntuali ha confuso la memoria e la capacità di analisi di quelli che c’erano e ingannato le ingenuità e speranze di quelli che non c’erano, tramandando l’idea di un precedente in cui il centrosinistra fu felicemente unito e concorde e vincente. E che quindi quel precedente sia replicabile, e che anzi quella sia LA strada verso un avvenire prospero e radioso.

Solo che quel precedente dice in realtà la cosa opposta: racconta cioè il risultato negativo inevitabile di un progetto interessante come tutti gli esperimenti, e che però appartiene alla categoria degli esperimenti falliti, che sono apprezzabili e proficui proprio perché ci dicono che quella cosa lì non funziona. “Ha dato esito negativo”.

L’Ulivo – una coalizione di partiti di centrosinistra che si spingeva molto al centro (c’era Lamberto Dini, per dire) e poco a sinistra (non c’era Rifondazione, per dire: con cui ci fu un accordo elettorale molto limitato) – si presentò alle elezioni nel 1996 radunandosi grazie al catalizzatore di Berlusconi, che aveva vinto una prima volta nel 1994 e rischiava di rivincere: e avendo come leader un uomo della sinistra democristiana, Romano Prodi. La coalizione non ottenne una maggioranza, ma la costruì, di 7 seggi alla Camera, grazie all’appoggio esterno di Rifondazione: pur avendo ottenuto meno voti di quelli che avevano preso sommati il partito di Berlusconi e la Lega Nord (che insieme superarono il 50% dei voti, ma per quella volta si erano presentati sventatamente divisi), per via della componente maggioritaria della legge elettorale del tempo, la “legge Mattarella”.

Come vediamo, i tre tratti principali di quel successo furono una inclinazione molto più di centro che di sinistra della coalizione, una sua grande varietà (dentro c’era una dozzina di partiti e partitini autonomi) e una maggioranza insufficiente, che non avrebbe potuto generare un governo senza l’appoggio esterno di Rifondazione: appoggio esterno che arrivò a durare appena due anni, e il governo Prodi oggi oggetto del mito cadde per ragioni che possiamo dire “scientifiche” dopo neanche due anni, nel 1998, quando Rifondazione si chiamò fuori.

Quel “successo” del 1996, insomma, è paragonabile a una vittoria calcistica ottenuta per esempio facendosi espellere quattro giocatori più forti: hai vinto, però al ritorno senza gli squalificati ti massacrano, come era prevedibile (è la ragione per cui nessuno cerca di vincere in questo modo). L’Ulivo vinse, ma al momento di governare pagò il modo in cui aveva ottenuto la vittoria.

Il governo Prodi fu seguito da un governo D’Alema che ottenne la maggioranza grazie al sostegno di gruppi formati da Cossiga, Buttiglione e Mastella (per dire) e da altri che erano stati eletti col centrodestra (per dire): e che infatti lo fecero cadere dopo un anno. Si trascinarono per spiccioli di legislatura un altro governo D’Alema e un governo Amato (sempre tenuti in piedi da Mastella), ma le loro durate e le loro maggioranze mostrano quanto il fiato dell’Ulivo di quasi maggioranza (con puntello di Rifondazione) si fosse esaurito nel giro dei primi due anni.

Nel 2001 l’Ulivo ci riprova, stavolta con dentro l’UDEUR di Mastella e fuori ancora Rifondazione, e perde da Berlusconi. I custodi del mito dovrebbe tenerne conto ma tendono a dimenticare i risultati di quella ripetizione dell’esperimento.

Nel 2006, terzo esperimento: una estesissima coalizione – che si è chiamata stavolta “l’Unione”, e che comprende anche “l’Ulivo” – che sostiene Romano Prodi ottiene pochissimi voti in più alla Camera e un po’ di voti in meno al Senato, e grazie alla nuova legge elettorale (la “legge Calderoli”, quella che poi chiameremo “Porcellum”) prende una maggioranza cospicua di seggi alla Camera e una maggioranza di solo un seggio al Senato.

Il nuovo governo Prodi – sostenuto di nuovo da una decina di gruppi parlamentari diversi, che generano 103 nomine di governo – stavolta non dura neanche due anni (e ha già una prima crisi superata rocambolescamente a metà percorso): Mastella a un certo punto se ne va facendo i suoi calcoli e la vittoriosa coalizione non può farne a meno. Fine della storia dell’Ulivo.

A scanso di irritazioni: ripeto che penso sia stato un esperimento saggio, benintenzionato, e che andava fatto. E che ha generato quattro (o sette) anni di governo, su 12, sicuramente migliori dell’alternativa berlusconiana: pur avendo concorso ai successivi tre anni e mezzo berlusconiani (Berlusconi stravinse, alla fine “dell’esperienza dell’Ulivo”, nel 2008: ciò malgrado, il PD di Veltroni prese più voti dell’Ulivo di Prodi nel 2006). Ma l’analisi dei fatti e dei risultati dice chiaramente due cose:

– che l’anomalia eccezionale fu la costruzione della coalizione, non la sua prevedibile caduta;

– che la coalizione fu “vincente” solo forzando molto i giudizi, ovvero aggiungendo l’appoggio esterno di Rifondazione e giudicando sulla base di leggi elettorali favorevoli. Altrimenti fu perdente.

A ognuno di giudicare se le cicliche rievocazioni sognanti dell’Ulivo siano un modello proficuo, o un riempitivo giornalistico: nel giudizio si tenga conto della attuale fase di massima litigiosità delle componenti che dovrebbero oggi ritrovarsi in un’altra fragile e instabile coalizione, e della plausibile prospettiva che ci aspetti una legge elettorale sostanzialmente proporzionale.

A me il progetto veltroniano e in parte renziano di “vocazione maggioritaria” – se eseguito un po’ meglio, diciamo – sembra tuttora una cosa molto più lungimirante e solida, a coltivarla bene: a meno che il nostro modello di successo a sinistra non sia una risicata semivittoria (in un sistema maggioritario con il centrodestra che si presenti diviso) a cui segua un governo democristiano che duri due anni (ovvero lo scorso governo Renzi, ma più breve e con le elezioni).

Perché questo fu, l’Ulivo.

Una simpatica storia di Maria Luisa Giannasi

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Circomundo

 

Pedro, Rico e Nica si stavano preparando per lo spettacolo che sarebbe cominciato fra poco, ai piedi della gradinata eretta a cura dell’amministrazione comunale di Sestri Levante, gremita di spettatori grandi e piccoli, avevano già predisposto una specie di sipario composto da due tende nere sorrette da una corda tesa fra due pali e, dietro, i tre stavano togliendo da una grande scatola di cartone i costumi, da pagliaccio per i due ragazzi e un tutu di tulle nero per Nica che sotto una specie di accappatoio rosso di dubbia pulizia, indossava un corpetto argenteo e uno slip nero. Tutti e tre, indossavano lunghe calze di cotone a grandi strisce bianche e nere lasciate scoperte fin sotto al ginocchio dai corti calzoni neri da pagliaccio dei ragazzi e fino alle cosce dal tutu di Nica. Sipario e costumi erano stati presi da un furgone rosso fiamma che portava scritto a grandi lettere nere il nome del loro sodalizio artistico CIRCOMUNDO. Presentati da Nica, Pedro e Rico recitarono le loro scenette fra le risate dei bambini seduti per terra attorno a quel finto palcoscenico, ai piedi della gradinata dove stavano seduti gli adulti. Poi arrivò il clou dello spettacolo: su un cavo legato a un palo e tenuto teso dal furgone, Nica cominciò a volteggiare reggendo in mano un ombrellino e facendo ondeggiare il suo tutu. Era davvero brava e stavolta si entusiasmarono anche gli adulti e gli applausi scrosciarono soprattutto quando, dopo aver buttato a Pedro l’ombrellino, fece due capriole sulla corda e saltò giù con leggerezza. Lo spettacolo era finito e i tre ragazzi con una bombetta nera in mano aspettarono l’obolo degli spettatori che stavano sfollando.

Era ormai l’ultimo giorno dell’Andersen Festival e molti fra gli attori di strada intervenuti a Sestri, erano già partiti per altre destinazioni. Anche i tre del Circomundo si apprestavano a partire per… già per dove? Era loro abitudine deciderlo all’ultimo momento, quando avevano già avviato il motore del loro furgone. Rico che aveva confabulato con un Sestrese che aveva appuntato sulla camicia un cartellino con il suo nome, andò verso Nica e Pedro con la faccia sorridente: “L’Amministrazione Comunale offre l’alloggio per questa notte agli artisti rimasti, possiamo partire domattina!” Nica tirò un sospiro di sollievo, era così stanca! Un’altra notte passata a dormire in un letto vero, invece che nelle anguste cuccette del furgone, le faceva veramente piacere, sperava che i ragazzi fossero d’accordo e, a quanto pareva, lo erano perché Rico stava già parcheggiando il furgone nel parcheggio dell’albergo. Nica saltò a terra con agilità “Mi vado a fare una doccia!” e sparì nell’ascensore. Anche la doccia era uno dei piaceri che si poteva permettere raramente, perciò, quando poteva, cercava di approfittarne. La doccia le permetteva anche di restare sola con i suoi pensieri, lusso, anche questo, raramente possibile. Mentre si insaponava, pensava alla nuova destinazione, chissà se i ragazzi avevano già deciso! Lei sperava tanto che avessero scelto la Spagna. Era là che si erano conosciuti ed era là che era nato il loro sodalizio e lei ci tornava sempre volentieri. Sperava proprio che Pedro e Rico si lasciassero convincere e lei sperava che nel loro itinerario fosse compresa anche Tossa del Mar: In Spagna abbiamo sempre avuto successo, sulle Ramblas a Barcellona, in Plaza Major a Madrid, o in una delle tante piazze di Siviglia o Granada; in Spagna mi ci trovo così a mio agio! Là si parla la mia lingua, la stessa che si parla in Argentina, la nostra patria e non dobbiamo sforzarci per farci capire, ma spero anche di convincerli a scegliere per primo Tossa del Mar, ho le mie ragioni!

Intanto aveva cominciato ad asciugarsi; sentì i ragazzi che parlottavano nella stanza accanto, ormai era ora di cena, sospirando cominciò a vestirsi “A cena ne parleremo, spero proprio di convincerli” pensò, con una punte di rimorso. Ma non ci fu bisogno di convincerli perché, a tavola, Pedro che, secondo il solito, faceva da portavoce, disse: “Andremo in Spagna, io e Rico abbiamo pensato di accontentarti: non hai parlato d’altro in questi giorni! Del resto manca poco alla festa di San Firmino, così abbiamo programmato la nostra tournée in modo che quel giorno saremo proprio a Pamplona e, dopo la corsa dei tori, potremo esibirci nelle sue piazze. Con tutta la gente che ci sarà, dovremmo fare un bel guadagno!”

Il cuore di Nica fece una capriola per la gioia: “Bene! Sono contenta – poi aggiunse un po’ timidamente – Vorrei anche rivedere la Catalogna”

“Certo, certo la vedrai! Staremo in Spagna parecchio tempo; quello che abbiamo guadagnato in Italia ci occorrerà per il viaggio e potremo ripartire soltanto dopo aver guadagnato tanto da poter affrontare un altro viaggio!”

“per dove?” fece Nica con voce un po’ ansiosa.

“Per dove si vedrà, abbiamo tempo per deciderlo, ora pensiamo al presente: domattina partiremo all’alba, quindi è meglio andare subito a dormire, perciò scegli Nica: io o Rico?”

Nica pensò che anche nella loro vita, così diversa da quella delle persone cosiddette normali, si erano consolidate certe abitudini tanto da farle diventare routine e una di queste, forse la più importante era la scelta del compagno per la notte. Del resto il loro sodalizio era nato, da subito, così. Si erano conosciuti, si erano piaciuti e, contemporaneamente, era nato il loro spettacolo e la loro vita; sempre insieme tutti e tre e ai ragazzi era sembrato naturale alternarsi nel letto di Nica, così come si alternavano nelle scenette e negli esercizi del loro spettacolo e a Nica era sembrato altrettanto naturale accoglierli. Lei, ancora oggi, non sapeva quale dei due le fosse piaciuto di più. Le era sembrato di amarli tutti e due, tanto diversi uno dall’altro: pratico decisionista, chiacchierone Pedro, sognatore, romantico e taciturno Rico. A volte le era sembrato di amare di più Pedro; allora, visto che la scelta era una sua prerogativa, aveva scelto lui, ma, spesso, si era lasciata affascinare dai sogni di Rico e, allora, era Rico a essere scelto.

Agli uomini, pensava Nica, manca sempre qualche cosa per essere perfetti, forse è per questo che li amo, insieme si completano! Ma dovrei dire li amavo……

“Allora Nica?” La voce di Pedro interruppe il corso dei suoi pensieri

“Sono stanca, vado a dormire!” e si avviò verso l’ascensore evitando di guardare le facce deluse dei suoi partner. Se si fosse voltata, avrebbe visto che soltanto Pedro aveva atteso la sua risposta; Rico era uscito nel giardino dell’albergo e stava guardando la finestra della stanza di Nica. Quando vide la luce accendersi rientrò, ma si fermò stupefatto vedendo Pedro ancora seduto al tavolo. Gli si fermò davanti con aria interrogativa “Era stanca!” disse Pedro e Rico si sentì invadere da una sensazione di inquietudine: cosa stava succedendo?.

Il mattino dopo alle sette erano già pronti per partire, i ragazzi avevano già caricato i pochi bagagli, mentre Nica, in un negozio vicino, stava facendo un po’ di spesa per la giornata: un bel po’ di quelle meravigliose focacce liguri, un cartoccio di salame e prosciutto, sei bottiglie d’acqua e qualche lattina di birra per i ragazzi. Rico che, da fuori, la teneva d’occhio, come la vide recarsi alla cassa per pagare, si precipitò per aiutarla a portare gli acquisti nel furgone. Poi tutti e tre salirono nella cabina, Pedro si mise alla guida: “Fra due ore mi darai il cambio!” disse – Rico annuì e Nica, com’era sua abitudine all’inizio di ogni loro viaggio, si mise a cantare un vecchio tango argentino. Non aveva molta voce, ma era intonata e cantava con grazia. I ragazzi l’ascoltavano sempre con piacere. Quel canto non riuscì a sciogliere l’aria accigliata di Pedro che raggelava un po’ l’atmosfera.

Fino a quel momento il loro menage a trois aveva funzionato, non c’erano mai state tensioni o gelosie; i ragazzi erano consci che Nica li amava veramente tutti e due con un sentimento a metà strada fra l’amore e l’affetto fraterno. Ma ora intuivano che qualche cosa stava cambiando.

Anche Nica stava pensando alla loro vita e lei era certa che c’era un cambiamento dentro di lei perché sentiva affiorare una certa insofferenza: insomma anche quel loro sistema di vita così fuori dagli schemi, si andava trasformando in una noiosa routine: i trasferimenti da un luogo all’altro, gli spettacoli pomeridiani e serali, le notti passate alternativamente con Pedro o con Rico. Sospettava anche che il suo desiderio di recarsi in Spagna, oltre a una sua ragione particolare, fosse dovuto alla speranza di ritrovare la magia dei primi momenti passati insieme: i ragazzi avevano recitato per lei le loro scenette clownesche e Lei aveva mostrato loro quanto fosse brava a danzare sul filo; si erano entusiasmati all’idea del successo che avrebbero avuto creando un sodalizio artistico, quindi avevano unito le loro scarse risorse ed era nato il Circomundo. La loro unione nella vita era nata in seguito in modo naturale e anche inevitabile considerando l’attrazione reciproca che, da parte dei ragazzi si trasformò presto in amore per Nica che li ricambiò con l’entusiasmo che metteva in tutte le cose che faceva.

Ora però l’entusiasmo si era affievolito e Nica sapeva che i ragazzi se n’erano accorti e interpretavano la situazione ognuno a suo modo: Pedro pensava che lei, ora, preferisse Rico e Rico era sicuro della sua predilezione per Pedro. La tensione all’interno del furgone era chiaramente percepibile e Nica aveva cercato di alleggerirla cominciando a cantare quel vecchio tango di Gardel e le note che invadevano ogni angolo del furgone ebbero il loro effetto, ora Pedro guidava più rilassato e Rico si era già voltato due volte per sorriderle e dirle che la loro prima tappa sarebbe stata Tossa del Mar. Il cuore di Nica fece una capriola.

Presto raggiunsero Ventimiglia e il confine con la Francia. A Nizza decisero di fermarsi per dare qualche spettacolo e Nica, malgrado la sua fretta di raggiungere la Spagna, acconsentì perché quella città solare la rallegrava. Diedero il loro spettacolo nel primo pomeriggio in una piazzetta nei pressi del mercato dei fiori. Prepararono le poche cose occorrenti , poi Nica, col megafono, cominciò ad annunciare i vari numeri in programma attirando molti bambini e, naturalmente, i loro genitori e così, davanti al loro piccolo teatro improvvisato, si formò un bel gruppo di persone che, sempre sollecitati dai bambini, applaudirono e misero mano al portafoglio. Pedro, contando il denaro raccolto, si rallegrò: “Se continua così – disse – potremo comprarci nuovi attrezzi e anche un nuovo tutù per Nica!” Nica, che stava arrotolando i teli che servivano da sipario, sembrò non aver sentito e continuò nel suo lavoro meravigliando i ragazzi che sapevano quanto ci tenesse ad avere un tutù nuovo.

Prima di rientrare nell’unica stanza che avevano fissata in modesto alberguccio, comprarono ciò che occorreva per la cena in una rosticceria che avrebbero poi consumato in camera. A Nizza nessuna Amministrazione Comunale offriva loro vitto e alloggio come a Sestri Levante, quindi dovevano accontentarsi. Dopo mangiato Pedro disse che andava a fare un giretto sulla Promenade des Anglais e a Rico brillarono gli occhi, ma la sua felicità durò poco perché Nica, dopo aver raccolto in un sacchetto le carte e gli avanzi della cena, si stirò ostentatamente, poi si coricò sul letto singolo e si coprì fino agli occhi. A Rico non restò che coricarsi, solo, nel letto matrimoniale. Quando Pedro tornò Nica sembrava dormisse profondamente e Rico, in risposta alla muta domanda degli occhi di Pedro, scosse malinconicamente la testa. Pedro sospirò e fece finta di non vedere gli occhi lucidi del compagno. Aveva sperato che il comportamento di Nica fosse dovuto a una sua preferenza per Rico. Certo, un po’ gli sarebbe dispiaciuto, ma almeno la loro piccola compagnia teatrale non si sarebbe sciolta. Invece, era inutile negarselo, Nica era stanca di loro, della loro vita, delle recite, dei viaggi in furgone, di tutto ciò che riguardava lui e Rico, insomma.

“E ora cosa succederà?” Si chiese Pedro disperato e tentò inutilmente di dormire.

Anche Nica, immobile nel suo letto, non dormiva, ma pensava che l’indomani sarebbero finalmente giunti sulla Costa Brava. Era felice che i ragazzi avessero deciso di fermarsi a Tossa del Mar: Josè aveva detto che sarebbe andato lì, andava sempre a Tossa d’estate e si fermava un po’ di tempo per esibirsi, era molto redditizio, con tutti i turisti che c’erano. Chissà, con un po’ di fortuna avrebbe potuto rivederlo. Gran Dio! Rivedere Josè! I suoi scomposti capelli bruni, i suoi occhi verdi frangiati da lunghissime ciglia brune, le sue lunghe gambe dinoccolate, la sua espressione un po’ strafottente! Al solo pensiero si sentiva una specie di vuoto nello stomaco. A Sestri, dove si erano conosciuti, avevano trascorso un intero pomeriggio insieme, mentre Rico e Pedro erano occupati con l’organizzazione dell’Andersen Festival per stabilire i luoghi, i giorni e le ore delle loro esibizioni. Lei si era ritrovata il pomeriggio libero, così si era diretta verso la Baia del Silenzio e lì, sulla spiaggia, aveva assistito all’esibizione di Josè, acrobata straordinario che si arrampicava su una specie di tubo flessibile alto venti metri e, su questo tubo ondeggiante, faceva i più straordinari esercizi acrobatici.

A spettacolo finito, gli si era avvicinata per congratularsi con lui che aveva accettato i suoi complimenti con noncuranza, ma quando lei si era voltata per andarsene l’aveva afferrata per un braccio con prepotenza:

“Facciamo due passi!”aveva detto in tono di comando. Lei lo aveva seguito, ipnotizzata dalla luce verde del suo sguardo e i due passi erano finiti nella stanza della piccola pensione dove Josè era alloggiato. Da quel momento aveva ancora fatto l’amore, una volta con Pedro e una con Rico, ma poi non c’era più riuscita. Paragonate a quel pomeriggio, nelle notti passate con l’uno, o con l’altro, non si faceva che della piacevole ginnastica. Quel pomeriggio Josè l’aveva stregata e, nella sua ingenuità, credeva che la stessa cosa fosse successa a lui. Non vedeva l’ora di rivederlo, fantasticava su ciò che si sarebbero detti e immaginava la luce di gioia che si sarebbe accesa negli occhi di Josè al suo apparire.

Era certa che lui le avrebbe chiesto di seguirlo e lei avrebbe abbandonato il Circomundo senza rimpianti. In quel guazzabuglio di pensieri gioiosi che le turbinavano nel cervello, si insinuava anche un pensiero molesto: come l’avrebbero presa Pedro e Rico? Ma via – si diceva- non sono poi così importante per loro. Troveranno presto un’altra ragazza che li aiuterà nel loro lavoro. Certo, sarà difficile che trovino un’altra equilibrista come me, ma insomma se la caveranno. Un’ antipatica vocina, dentro di lei, insinuava che sarebbe stato più onesto informare subito i ragazzi di quanto le stava accadendo, ma lei la tacitava e rimandava tutto a dopo l’incontro con Josè.

Ma il giorno dopo, mentre si avvicinavano al confine spagnolo, stranamente fu il taciturno Rico a fare da portavoce per il compagno: “Nica, senti, vorremmo sapere cosa ti sta succedendo. Da un po’ di tempo non sei più la stessa, ci eviti e noi non sappiamo cosa pensare. Abbiamo detto o fatto qualche cosa che ti ha offeso? Se è così, perdonaci l’abbiamo fatto non volendo. Noi ti vogliamo molto bene; insieme siamo una compagnia di artisti, ma anche una famiglia, l’unica che abbiamo!”

La voce di Rico era accorata e Pedro, che stava guidando, teneva ostentatamente gli occhi fissi sulla strada, ma ogni tanto inghiottiva a vuoto. E fu così che Nica raccontò tutto: l’incontro con Josè, quello che aveva significato per lei e come le dispiacesse doverli lasciare, ma non ne poteva proprio fare a meno. Pedro tentò di dire qualcosa, ma gli uscì una strana voce in falsetto e Rico dovette fare, una volta ancora, da portavoce:

“Sarai ancora con noi per i due spettacoli che faremo a Tossa del Mar?”

“Credo di sì” Fu l’esitante risposta di Nica.

Giunsero a destinazione che erano ormai le tre pomeridiane. Il loro spettacolo era previsto per le tre e trenta, perciò raggiunsero subito la piazza dove dovevano esibirsi e cominciarono a togliere dal furgone gli oggetti che servivano per lo spettacolo.

“Mangeremo dopo!” Rico si era rivolto a Nica con aria di scusa. Il ritardo accumulato nel lungo viaggio, li aveva costretti a saltare il pranzo, ma a Nica non importava, avrebbe voluto poter andare subito in cerca di Josè. Ma dovette partecipare allo spettacolo ed esibirsi nella sua danza sulla corda. Appena finito, però, lasciò soli i due ragazzi che, con la bombetta rovesciata in mano, stavano raccogliendo l’obolo degli spettatori e si precipitò a cercare colui che, improvvisamente, era diventato così importante per lei. Sapendo che Josè amava esibirsi vicino al mare, si diresse verso la spiaggia e si accorse che stava seguendo un fiume di persone che facevano il suo percorso. Allora fu certa che era sulla strada giusta. Infatti, da lontano, cominciò a scorgere il lungo tubo oscillante e poi vide Josè che in slip, maglietta e leggere scarpette, stava arrampicandosi  agilmente. Giunto in cima si esibì in tutti gli esercizi più difficili del suo repertorio, mandando in visibilio il pubblico.

Finito lo spettacolo Nica, aiutandosi coi gomiti, cercò di farsi largo tra la folla e di avvicinarsi il più possibile per raggiungere il ragazzo che stava raccogliendo l’obolo e i complimenti degli astanti. “Josè, Josè!” Chiamò a gran voce. Lui si voltò e la guardò con aria sbigottita, senza mostrare di riconoscerla “Josè, sono Nica, a Sestri Levante, in Italia, abbiamo passato un pomeriggio insieme!” Esclamò Nica con voce esitante come se stesse per scoppiare in singhiozzi. Ora il ragazzo sembrava quasi spaventato: “Che vuoi?” Chiese sgarbatamente “Volevo….volevo salutarti!” – “Beh! L’hai fatto” – “Ma Josè avevi detto che ci saremmo rivisti in Spagna, che ci saremmo messi insieme!” insisté Nica a voce bassa, quasi mormorando. “Oh! Se ne dicono tante!” Poi sorrise, ma, ahimè, il sorriso era rivolto verso una specie di top-model anni sessanta: alta, bruna, formosa. Lui le andò incontro e i due si abbracciarono tra gli applausi degli astanti.

Nica si sentì diventare più piccola ed esile di quanto fosse in realtà: un piccolo insignificante nulla che, accecato dalle lacrime cercava di allontanarsi facendosi largo tra la folla. Finalmente si trovò sola, seduta su una panchina di un giardino pubblico e poté dare sfogo al suo dolore e alla sua umiliazione: piangeva per il suo sogno andato in frantumi, piangeva per la sua ingenuità, piangeva perché si sentiva sola al mondo e per aver perduto l’unica famiglia che avesse mai avuto. Avrebbe voluto correre da Pedro e Rico, ma non aveva il coraggio di farlo: cosa avrebbe potuto dire? “Riprendetemi con voi e consolatemi perché il ragazzo con cui vi ho tradito non mi vuole più?” No, no era proprio soltanto un povero, meschino nulla senza un rifugio dove andare e senza nessuno che le volesse un po’ di bene! Singhiozzando si coprì il viso con le mani. Poi sentì un tocco leggero sulla spalla e la voce di Rico: “Finalmente ti abbiamo trovata!” – “Dobbiamo darti la tua parte per lo spettacolo di oggi pomeriggio” Questa era la voce un po’ sostenuta di Pedro. Nica aprì gli occhi e vide davanti a sé i due ragazzi. Tutti e due le stavano porgendo un pacchetto di fazzolettini di carta. Nica sorrise fra le lacrime e li prese tutti e due “Proprio ciò di cui avevo bisogno!” disse, ma non si riferiva ai fazzolettini. I ragazzi l’aiutarono ad alzarsi, le si misero al fianco, uno per parte e, tenendola per mano, la portarono con loro. Pedro, con il viso aggrondato, fu l’unico che parlò lungo il tragitto: “Se incontro quella testa di cazzo, lo carico di pugni!” Era ciò che avrebbe detto se si fosse trattato di una sorella.

E fu su una base di fratellanza che il Circomundo si ricompose: continuarono a girare per l’Europa dando le loro rappresentazioni, a volte avendo successo, a volte un po’ meno. Si divisero con equità il lavoro e ciò che ne ricavavano, si aiutarono e sostennero a vicenda e i ragazzi cercarono di vincere i momenti di tristezza di Nica, inventando nuove scenette comiche e, facendo finta di sottoporle al suo giudizio, le recitavano per lei riuscendo quasi sempre a farla ridere. Quel tipo di vita continuò per mesi, fino a una sera dopocena, quando Nica con aria falsamente imbronciata e con intenzione disse: “Debbo proprio essere una schifezza, visto che nessuno mi vuole!” Pedro e Rico, che si erano alzati per andare nella loro stanza, si risedettero di colpo e, nel silenzio che era seguito all’uscita di Nica, si udirono le voci concordi dei ragazzi:”Scegli Nica!”.

Maria Luisa Giannasi

ML_GIANNASI

La Vetrina del Libraio n°52/2016

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