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La Vetrina del Libraio n°52/2016

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Nei volumi che consigliamo non si fa uso dell’olio di palma

A sån bèle qué

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TORNO SUBITO from ALDO JANI on Vimeo.

L’amore in piazza

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As pôl bän dîr che erotiṡum e sensualitè i séppen ingrediént che bän spàss i sèlten fòra int al bèl ciacarèr bulgnaiṡ. An sò, però, s’av sî mâi adè che dîr “Io ti amo” al n é brîṡ in ûṡ stra i ptrugnàn. [Si può ben dire che erotismo e sensualità siano ingredienti che ben spesso saltano fuori nel bel chiacchierare bolognese. Non so, però, se vi siete mai accorti che dire “Io ti amo” non è in uso fra i petroniani.]

Sé, in bulgnaiṡ l’amore l é l amåur [Sì, in bolognese l’amore è l amåur]. Ma l amåur è anche il sapore [l à un fât amåur = ha uno strano sapore].

L’italico verbo ‘amare’ non ha un corrispondente in bolognese con assonanze consimili. E s’a sintî quelcdón ch’al prôva a coniughèr un inprobâbil verbo ‘amèr’ [E se sentite qualcuno che prova a coniugare un improbabile verbo ‘amèr’]che potrebbe essere: mé a âm, té t âm, ló l âma… Mo brîṡa!! [Ma no!!] Dèi di scabóff par la preṡunziån [dategli degli scappellotti per la presunzione]. Qué, da nuèter as dîṡ [Qui, da noi si dice]: mé a t vói bän, té t um vû bän, lî la m vól bän. [io ti voglio bene, tu mi vuoi bene, lei mi vuole bene] e così via.

Potrei aggiungere che se Peynet al fóss nèd sått al pûr zîl ed Bulåggna, l arêv dvó tgnîr in cunsideraziån che al sô Valentin al sré stè par Valentine  “al mî schiciån…” e Lî par ló, “la mî schéccia” [fosse nato sotto il puro cielo di Bologna, avrebbe dovuto tenere in considerazione che il suo Valentino sarebbe stato per Valentina “al mî schiciån…” e lei per lui, “la mî schéccia”]. L è acsé che stra nuèter as giän “amor mio”. [È così che fra noi diciamo “amor mio”.]

Con l’appassionata frase ‘Schéccia dal mî côr…la tâca [‘Schiccia del mio cuore, comincia] L’Inserenèta ed Faṡulén [La Serenata di Fagiolino] alla sua Isabella, meglio conosciuta come Briṡabèla [NonBella].

Che lor signori non pensino però che Bologna sia refrattaria alla passione e ai simitón [alle smancerie amorose].

Ricordo con una sorta di languore un romantico siparietto ed vétta tótta bulgnaiṡa [di vita tutta bolognese] andato in scena proprio innanzi a me, allora appena adolescente, sulla pubblica piazza.

La fine del fascismo aveva portato grandi interessi e curiosità verso la cultura straniera, soprattutto americana e francese. Negli anni ’50 erano tanti gli atteggiamenti fra gli adolescenti, che scimmiottavano mode e correnti di arte e pensiero esterofili.

Questo, un doveroso preambolo per una miglior comprensione del momento in cui si muovono i personaggi di questa flash-story.

Primi anni ’60. Piazza Galileo (che durante il Ventennio era stata Piazza del Governo) da poco ripristinata. Si presentava con tutti gli ingredienti del miracolo economico: due imponenti palazzi si ergevano dove i bombardamenti avevano fatto macerie. Fra le quali noi fanciulli avevamo giocato a “cucco” e a “guardie e ladri”. Con l’adiacente Questura era quasi un atto dovuto.

Era anche successo che la generazione precedente alla nostra. Gli allora adolescenti si fossero appassonati allo sport che avevano conosciuto grazie ai liberatori. E in quello spazio (la Piazzetta) reso tale da scoppi e crolli, avevano dato il via a un progetto spontaneo di baseball, fatto con manici di scopa e camere-d-aria. Che poi si sviluppò e che pur ai giorni nostri è una presenza nella Città.

Al centro di quella piazza si era poi sviluppato un parcheggio. Molto frequentato. Un’autorimessa con pompa di benzina, un barbiere, un ristorante di grido, qualche bottega, un paio di bar. Uno di questi, lo “Sbirro Bar” così chiamato in quanto frequentato da poliziotti e questurini in servizio nel massiccio palazzo fascista della Questura. Proprio lì di fronte. Chiudeva la prospettiva della scenografia quel che restava di un palazzo che aveva retto alle bombe e che ancora si presentava spavaldo pur se ferito al cinquanta per cento.

Starring:

Renzo e Lucia (nomi di poca fantasia!). Dû anbruṡén: darsèt ân lî, dṡdòt ló. Cumassa ala cartolerî, lî. Liceèl, ló: al Galvâni. [Due fidanzatini: diciassette anni lei, diciotto lui. Commessa alla cartoleria lei. Liceale lui: al Galvani]

Stî dû, i stèven d’asptèr, äl trai e mèża che al negòzi l avréss. Lî, bléna fòra ed miṡûra, dåpp un baṡén, la srêv andè a lavurèr. [I due stavano aspettando le tre e mezza che il negozio aprisse. Lei, carina assai, dopo un bacio, sarebbe andata a lavorare.]

La piâza l’êra quèṡi vûda. L êra lói e l’êra na giurnèta di bän só chèlda, guè’! [La piazza era quasi vuota. Era luglio ed era una giornata di ben calda, ve’!]

Låur qué i s êren pugè a una Mellezänt (FIAT, la mèrca) parchegè. Man int äl man i tubèven da brèv pizunzén. [Essi si erano appoggiati a una  Millecento (FIAT, la marca) parcheggiata. Mano nella mano tubavano da bravi piccioncini.]

Ògni tant stra låur un c’nómm. [Ogni tanto fra di loro una carezza.]

Ló al tgnêva sått’al brâz un lîber e, däl mòsi as capêva che ló ai dscurêva pròpi ed cal lîber che lé. [Lui teneva in mano un libro e dai gesti si capiva che lui le parlava proprio di quel libro.]

Lî, la l guardèva incantè. [Lei lo guardava incantata.]

A un zêrt pónt ló al taché a rezitèr in franzäiṡ [A un certo punto lui prese a recitare in francese]:

Les enfants qui s’aiment
s’embrassent debout
Contre les portes de la nuit
Et les passants qui passent
les désignent du doigt

(Les enfants qui s’aiment, Jacques Prévert, 1900-1977)

Pò in itagliàn [poi in italiano]:

I ragazzi che si amano si baciano
In piedi contro le porte della notte
E i passanti che passano
se li segnano a dito.

Ed scât, lî la i s ataché al còl stricàndel a sé. Al lîber al casché in tèra. E i dû i s atachénn int un’apasiunè baṡarî. [Di scatto lei gli saltò al collo stringendolo a sé. Il libro cadde a terra. E i due si unirono in un appassionato sbaciucchiamento.]

In st mänter ai arîva in biziclatta Ûgo, al cínno ed Pirån al furnèr [Intanto arriva in bicicletta Ugo, il garzone di Pietro il fornaio] (altro nome di ben poca fantasia!) che ala véssta [alla vista] di quell’intensa esternazione di passione al ṡvêrsla ai dû inamurè [urla ai due innamorati]:

“Dî só, vût magnèrla tótta?”[“Ehi, vuoi mangiarla tutta?”] cuntinuànd a cucèr såura i pdèl e a stufilèr ‘Volare’ [continuando a spingere sui pedali fischiettando “Nel blu dipinto di blu”, Modugno-Migliacci, 1958, prima al Festival di San Remo di quell’anno].