dialetto bolognese

Fra un pronome e un delitto. Scuola di bulgnais e mistery a Bulaggna

Postato il

Annunci

La Vetrina del Libraio n°52/2016

Postato il

Nei volumi che consigliamo non si fa uso dell’olio di palma

E té prélla e vai di strenna!

Postato il Aggiornato il

L’8 dicembre a Palazzo Re Enzo torna la manifestazione Regali a Palazzo, appuntamento natalizio da oltre 10 anni, promosso dal CNA di Bologna.

Sicuramente la più importante vetrina del regalo natalizio.

E’ qui che viene presentato il meglio dell’artigianato di qualità made in BO.
Si va dall’enogastronomia, la moda, l’oreficeria, al benessere e all’artigianato artistico

In questo ambiente prestigioso dove si potrà acquistare vantaggiosamente manufatti d’eccellenza, trova spazio anche l’editoria. Quella prodotta qui, dalle nostre parti

Una kermesse natalizia in cui si potrà anche pranzare, cenare, fare aperitivo, partecipare a laboratori teatrali,
nonché ridere con i burattini della nostra più genuina tradizione e dov non poteva mancare al Bulgnais, quello con la ‘bi’ maiuscola.

L’appuntamento con l’âlma Bulgnaia, l’anima bolognese, è per giovedì 8 dicembre, ore 18:00, pròpi lé int al Palâz dal Pudstè. E qui, nella Sala Atti si terrà la presentazione di due testi fra i più recenti ed apprezzati dagli appassionati della cultura tótta bulgnaia.

Saranno i conduttori della più che ventennale trasmissione televisiva guarnita dal nostro bel vernacolo, al Nutizièri Bulgnai, a introdurre autori e curatori dal Cant däl Canti, il biblico Cantico dei Cantici. Elegante edizione impreziosita dagli oli di Marc Chagal e da un profondo commento del Cardinale Gianfranco Ravasi, a cui Stefano Rovinetti Brazzi ha aggiunto la poetica dal bulgnai che si fonde perfettamente con le intriganti sfumature sensuali della più antica ode all’amore.

Seguirà E té prèlla, Bruno Lanzarini un bulgnais in palcoscenico: vita, testi e contorni dell’attore teatrale più amato dai bulgnîṡ

Due volumi recentemente dati alle stampe da Maglio editore.

Davide Amadei, Aldo Jani Noè, Roberta Montanari, Ettore Pancaldi, Stefano Rovinetti Brazzi, Patrizia Strazzari ne sfoglieranno le pagine e ne leggeranno alcuni passi.

Obbiettivo della manifestazione è promuovere le produzioni di qualità del nostro territorio.

L’ingresso è libero,
voi tutti siete i benvenuti.

senza-titolo

30 anni fa c’era già l’Honolulu Gang che spopola anc al dé d incù

Postato il

Tocaj


Biziclàtta driming

Turtlén in Brodwai

L’amore in piazza

Postato il Aggiornato il

As pôl bän dîr che erotiṡum e sensualitè i séppen ingrediént che bän spàss i sèlten fòra int al bèl ciacarèr bulgnaiṡ. An sò, però, s’av sî mâi adè che dîr “Io ti amo” al n é brîṡ in ûṡ stra i ptrugnàn. [Si può ben dire che erotismo e sensualità siano ingredienti che ben spesso saltano fuori nel bel chiacchierare bolognese. Non so, però, se vi siete mai accorti che dire “Io ti amo” non è in uso fra i petroniani.]

Sé, in bulgnaiṡ l’amore l é l amåur [Sì, in bolognese l’amore è l amåur]. Ma l amåur è anche il sapore [l à un fât amåur = ha uno strano sapore].

L’italico verbo ‘amare’ non ha un corrispondente in bolognese con assonanze consimili. E s’a sintî quelcdón ch’al prôva a coniughèr un inprobâbil verbo ‘amèr’ [E se sentite qualcuno che prova a coniugare un improbabile verbo ‘amèr’]che potrebbe essere: mé a âm, té t âm, ló l âma… Mo brîṡa!! [Ma no!!] Dèi di scabóff par la preṡunziån [dategli degli scappellotti per la presunzione]. Qué, da nuèter as dîṡ [Qui, da noi si dice]: mé a t vói bän, té t um vû bän, lî la m vól bän. [io ti voglio bene, tu mi vuoi bene, lei mi vuole bene] e così via.

Potrei aggiungere che se Peynet al fóss nèd sått al pûr zîl ed Bulåggna, l arêv dvó tgnîr in cunsideraziån che al sô Valentin al sré stè par Valentine  “al mî schiciån…” e Lî par ló, “la mî schéccia” [fosse nato sotto il puro cielo di Bologna, avrebbe dovuto tenere in considerazione che il suo Valentino sarebbe stato per Valentina “al mî schiciån…” e lei per lui, “la mî schéccia”]. L è acsé che stra nuèter as giän “amor mio”. [È così che fra noi diciamo “amor mio”.]

Con l’appassionata frase ‘Schéccia dal mî côr…la tâca [‘Schiccia del mio cuore, comincia] L’Inserenèta ed Faṡulén [La Serenata di Fagiolino] alla sua Isabella, meglio conosciuta come Briṡabèla [NonBella].

Che lor signori non pensino però che Bologna sia refrattaria alla passione e ai simitón [alle smancerie amorose].

Ricordo con una sorta di languore un romantico siparietto ed vétta tótta bulgnaiṡa [di vita tutta bolognese] andato in scena proprio innanzi a me, allora appena adolescente, sulla pubblica piazza.

La fine del fascismo aveva portato grandi interessi e curiosità verso la cultura straniera, soprattutto americana e francese. Negli anni ’50 erano tanti gli atteggiamenti fra gli adolescenti, che scimmiottavano mode e correnti di arte e pensiero esterofili.

Questo, un doveroso preambolo per una miglior comprensione del momento in cui si muovono i personaggi di questa flash-story.

Primi anni ’60. Piazza Galileo (che durante il Ventennio era stata Piazza del Governo) da poco ripristinata. Si presentava con tutti gli ingredienti del miracolo economico: due imponenti palazzi si ergevano dove i bombardamenti avevano fatto macerie. Fra le quali noi fanciulli avevamo giocato a “cucco” e a “guardie e ladri”. Con l’adiacente Questura era quasi un atto dovuto.

Era anche successo che la generazione precedente alla nostra. Gli allora adolescenti si fossero appassonati allo sport che avevano conosciuto grazie ai liberatori. E in quello spazio (la Piazzetta) reso tale da scoppi e crolli, avevano dato il via a un progetto spontaneo di baseball, fatto con manici di scopa e camere-d-aria. Che poi si sviluppò e che pur ai giorni nostri è una presenza nella Città.

Al centro di quella piazza si era poi sviluppato un parcheggio. Molto frequentato. Un’autorimessa con pompa di benzina, un barbiere, un ristorante di grido, qualche bottega, un paio di bar. Uno di questi, lo “Sbirro Bar” così chiamato in quanto frequentato da poliziotti e questurini in servizio nel massiccio palazzo fascista della Questura. Proprio lì di fronte. Chiudeva la prospettiva della scenografia quel che restava di un palazzo che aveva retto alle bombe e che ancora si presentava spavaldo pur se ferito al cinquanta per cento.

Starring:

Renzo e Lucia (nomi di poca fantasia!). Dû anbruṡén: darsèt ân lî, dṡdòt ló. Cumassa ala cartolerî, lî. Liceèl, ló: al Galvâni. [Due fidanzatini: diciassette anni lei, diciotto lui. Commessa alla cartoleria lei. Liceale lui: al Galvani]

Stî dû, i stèven d’asptèr, äl trai e mèża che al negòzi l avréss. Lî, bléna fòra ed miṡûra, dåpp un baṡén, la srêv andè a lavurèr. [I due stavano aspettando le tre e mezza che il negozio aprisse. Lei, carina assai, dopo un bacio, sarebbe andata a lavorare.]

La piâza l’êra quèṡi vûda. L êra lói e l’êra na giurnèta di bän só chèlda, guè’! [La piazza era quasi vuota. Era luglio ed era una giornata di ben calda, ve’!]

Låur qué i s êren pugè a una Mellezänt (FIAT, la mèrca) parchegè. Man int äl man i tubèven da brèv pizunzén. [Essi si erano appoggiati a una  Millecento (FIAT, la marca) parcheggiata. Mano nella mano tubavano da bravi piccioncini.]

Ògni tant stra låur un c’nómm. [Ogni tanto fra di loro una carezza.]

Ló al tgnêva sått’al brâz un lîber e, däl mòsi as capêva che ló ai dscurêva pròpi ed cal lîber che lé. [Lui teneva in mano un libro e dai gesti si capiva che lui le parlava proprio di quel libro.]

Lî, la l guardèva incantè. [Lei lo guardava incantata.]

A un zêrt pónt ló al taché a rezitèr in franzäiṡ [A un certo punto lui prese a recitare in francese]:

Les enfants qui s’aiment
s’embrassent debout
Contre les portes de la nuit
Et les passants qui passent
les désignent du doigt

(Les enfants qui s’aiment, Jacques Prévert, 1900-1977)

Pò in itagliàn [poi in italiano]:

I ragazzi che si amano si baciano
In piedi contro le porte della notte
E i passanti che passano
se li segnano a dito.

Ed scât, lî la i s ataché al còl stricàndel a sé. Al lîber al casché in tèra. E i dû i s atachénn int un’apasiunè baṡarî. [Di scatto lei gli saltò al collo stringendolo a sé. Il libro cadde a terra. E i due si unirono in un appassionato sbaciucchiamento.]

In st mänter ai arîva in biziclatta Ûgo, al cínno ed Pirån al furnèr [Intanto arriva in bicicletta Ugo, il garzone di Pietro il fornaio] (altro nome di ben poca fantasia!) che ala véssta [alla vista] di quell’intensa esternazione di passione al ṡvêrsla ai dû inamurè [urla ai due innamorati]:

“Dî só, vût magnèrla tótta?”[“Ehi, vuoi mangiarla tutta?”] cuntinuànd a cucèr såura i pdèl e a stufilèr ‘Volare’ [continuando a spingere sui pedali fischiettando “Nel blu dipinto di blu”, Modugno-Migliacci, 1958, prima al Festival di San Remo di quell’anno].

Mo scorri bene in itagliano. Fra Bulåggna, Bulgnîs e Bulgnais(1)

Postato il Aggiornato il

Non è fuoriluogo rappresentare la tradizione petroniana come un grande palco­scenico dove il fondale e la scenografia sono realizzati con al côr ed BulåggnaIn esso si muovono diversi personaggi che con i loro racconti la mantengono ben viva. Facendoci pur credere che un bän mo da bån (‘Ma davvero’) detto oggi sia la stessa cosa di quello detto all’inizio della seconda metà del XX secolo quando la Città, il Paese, il Mondo stavano vivendo una trasformazione epocale. Questa è la lingua, al Bulgnaiṡ. Quello classico. Quello già oggetto di studi e approfondimenti nel XIX secolo e che il popolo ha portato sino a noi.

Bene. Su questo palcoscenico la figura dell’attore Bruno Lanzarini è di primaria importanza. Artista tanto amato non solo dal pubblico del teatro dialettale ma dai bolognesi tutti, che coglievano il sottile rapporto fra l’attore sul palcoscenico e la maschera del Dottor Balanzone quando animava le strade. Tra la gente affascinata dalla di lui bravura nel coniugare la teatralità insita nel personaggio della commedia dell’arte con la bonarietà espressa dalla sua personalità più schietta.

Con grande saggezza la famiglia ha voluto che questa virtù artistica divenisse pa­trimonio della Città e ha consegnato all’Archiginnasio di Bologna l’archivio dell’Attore. Così come era stato diligentemente ricomposto e ordinato dalla figlia Adriana.

Questo volume ci permette oggi di rivivere nel copioso apparato di immagini, appunti e testimonianze il percorso teatrale di Bruno Lanzarini. E grazie al preciso profilo che ne traccia Davide Amadei, vengono in primo piano alcuni aspetti e aneddoti che vanno ben oltre la petronianità dell’Attore, apprezzato, scritturato e portato su palcoscenici internazionali da Giorgio Strehler.

Chi scrive non è protagonista deIle arti della tradizione bolognese. È piuttosto uno spettatore che ha avuto la fortuna di essere nel posto di osservazione giusto nelle varie fasi in cui è avvenuta la maturazione del bulgnaiṡ da dialetto spontaneo e spesso improvvisato, a lingua strutturata e in grado di guardare al futuro recepen­do stimoli e innovazioni dalle genti del suo territorio.

Lo scibile custodito in quello che è ora il fondo Bruno Lanzarini dell’Archigin­nasio è parte importante di questo percorso soprattutto ai tempi in cui il teatro era specchio di quello che succedeva in Città e in Città, quello che capitava, la gente lo raccontava in dialetto. E Lanzarini raccontava la gente.

Credo sia interessante ricordare come noi, quelli delle prime generazioni post-belli­che, ci siamo rapportati al bulgnaiṡ proprio negli anni in cui il teatro dialettale faceva ‘il tutto esaurito’. E non ho poi voluto fermarmi quando il sipario è calato su questo bravo attore poiché lui stesso con il suo bèl ptrugnàn forbito è uno dei maggiori artefici di quel salto di qualità che ha fatto la nostra lingua negli ultimi trent’anni.

Chi ha in mano questo volume avrà anche il piacere di ascoltare dalla sua voce il colore e la cadenza della vera parlata petroniana.


1 Bologna, i bolognesi e il bolognese (nel senso di lingua).

Chi ragâz

A Bulåggna chi ragâz (‘quei ragazzi’) cresciuti nell’immediato Dopoguerra aveva­no un rapporto schietto con il dialetto. Lo parlavano e basta. Non gli passava per la mente di sfoggiarlo, se non per sottolineare la loro origine sått’al pûr zîl ed Bulåg­gna (‘sotto il puro cielo di B.’) e giocando con la lunghezza delle sillabe facevano in modo che “puro cielo” divenisse un’unica parola, purzîl (porcile).

I cultori dal bulgnaiṡ erano gli anziani… Òcio! (‘attenzione’), solo quelli nati e vissuti entro le Mûra2. Come se a ogni Porta3 ci fosse la scritta Hic sunt leones4. Al di fuori di queste c’erano i ariûṡ (bulgnîṡ ariûṡ, coloro che vivono nel contado o periferia bolognese). Forse, nell’allora immaginario di qualcuno: esseri paragona­bili a quelli che i giovani, ora, etichettano come ‘alieni’, forse anche ‘ufo’5.

Oggi invece abbiamo diverse categorie: quelli che al bulgnaiṡ lo comprendono ma non lo parlano; quelli che si sforzano di parlarlo con risultati di correttezza da 1 a 5; quelli che vorrebbero scriverlo ma non si aténtano6, quelli che lo scrivono acoṡì’7 come gli viene: “Perché un dialetto è lingua del popolo e non deve avere regole” (niente di più sbagliato! Ogni parlata, nessuna esclusa, possiede regole precise, grammatica, sintassi)… E quelli che impegnandosi un po’ lo usano cor­rettamente. E a cui va il merito di conservarlo. Cosa importantissima perché ogni dialetto, nel suo essere, racchiude importanti elementi di storia di quel popolo e del suo territorio.


2 La cinta muraria cingeva per 7,6 km la Città fino all’inizio del XX secolo, quando fu quasi completamente demolita per far posto agli attuali viali di circonvallazione.
3 Le porte della terza cinta muraria (la Circla) erano 12: Porta Maggiore, Porta Santo Stefano, Porta Castiglione, Porta San Mamolo (demolita nel 1903), Porta Saragozza, Porta Sant’Isaia (demolita nel 1903), Porta San Felice, Porta delle Lame, Porta Galliera, Porta Mascarella, Porta San Donato, Porta San Vitale.
4 Locuzione latina: “qui ci sono i leoni”. Espressione che viene associata alle carte geografiche antiche per indicare le zone ancora inesplorate non soltanto dell’Africa.
5 U.F.O.: acronimo che in inglese sta per oggetto volante non identificabile.

OK

In queste storie c’è anche quella di come si comunicava fra noi, dopo che gli Alleati erano passati dalle nostre contrade.

Primo segnale fu l’immissione dell’OK accanto al sócc’mel8:

  • Èt capé? (‘Hai capito?’). A questo ricorrente quesito, solo nel marzo del ’45 si sarebbe risposto:

  • Ói! Ai ò capé (‘Sì! Ho capito’). Già nell’autunno del ’45, ruminando una cíccles, o meglio un ‘chewing gum’, un adolescente avrebbe risposto:

  • O chèi, ai ò capé (‘OK, ho capito’) – in maniera del tutto naturale.

Mi riferisco alla Bulåggna9 intramuraria, quella del centro storico. Perché nei paesi dell’hinterland l’uso totale del dialetto è durato molto più a lungo e fortuna­tamente è ancora lingua molto più parlata che qué, a Bulåggna.


6 Ecco, questo è un primo esempio di itagliano: italianizzazione della terza persona plurale del verbo bolognese atintères = ‘azzardarsi’, i s atänten = ‘si azzardano’.
7 Ancora itagliano, cioè italianizzazione di termine dialettale: acsé = ‘così’.
8 Lemma il cui significato semantico crea qualche difficoltà ai traduttori. Tralascio ogni riferimento etimologico e concordo assolutamente con quanto Luigi Lepri e Daniele Vitali riportano nel loro preziosissimo Dizionario Bolognese-Italiano Italiano-Bolognese: ‘interiezione’, “tipica esclamazione bolognese di sorpresa, ammirazione o insofferenza”.
9 Ovviamente ‘Bologna’: scriverla correttamente è già un atto d’amore!

Al barr

La serata di chi era più o meno ventenne negli anni ’60 incominciava quasi sempre al barr10. Il luogo dove si dava appuntamento la bâla (‘la combriccola’), ovvero i amîg (‘gli amici’)… chi ragâz, per pianificare come trascorrere la serata, sulla quale aveva rilevante influenza la quantità di pilla11 che ognuno di noi aveva nelle tasche: al cínnema (‘cinematografo’), con pizza o birreria all’uscita, per i più dotati economicamente; sosta, dimónndi ciâcher (‘molte chiacchiere’), caffè, sigaretta, possibilmente scroccata (“t an arè mégga na zigartéṅna…”, la cortese richiesta) dentro e fuori il bar, per i meno abbienti.

Procedure differenti si applicavano martedì, giovedì, sabato e domenica ai fidan­zati che, dopo un veloce passaggio al bar per un caffè i andèven a amråuṡa (‘an­davano a morosa’). I ‘non impegnati’, invece, si presentavano ben ‘intappati’12, sbarbati e profumati per organizzare una serata di ‘caccia’ in balera: a gnòca13. Qui di dialetto se ne sentiva poco: piuttosto qualche titolo di musiche americane pronunciato con divertente approssimazione. Questo era il sabato.

Anche la domenica, quella da sballo, cominciava al barr con un caftén, magâra anc curèt, grâpa o cògnac (‘caffè ristretto magari anche corretto con grappa o cognac’), giusto per digerire il pasto domenicale. Menù di riferimento: tajadèl in brôd, l alàss con la sèlsa vairda o żâla (‘tagliatelle in brodo, il bollito con la salsa verde [a base di prezzemolo] o gialla [di peperoni]), rigorosamente con äli archèst (le interiora del pollo), la sóppa inglaiṡa (‘zuppa inglese’). I turtlén (‘tortellini’) erano solo per le grandi feste e äl laṡagnàtt (‘le lasagnette’) per i compleanni. E qui si doveva finire con la tåurta ed rîṡ (‘torta di riso’). Il vino era quasi sempre un vén dal cuntadén (‘vino del contadino’). Spesso tagli e miscugli a piacimento del cuntadén che lo aveva venduto per Albèna o Trebiàn se il podere di provenienza era nell’imolese, Lanbróssc se la vigna era verso Modena o Barbêra a Monte San Pietro.


10 Pròpi acsé, in bulgnaiṡ ‘bar’ si scrive con due ‘r’ finali. Ròba da n craddri brîṡa! = ‘Roba da non crederci!’.
11 Traslitterazione in itagliano del lemma bulgnaiṡ pélla = ‘denaro’(gergo dei ladri, muratori, ambulanti).
12 In itagliano ‘vestirsi vistosamente’. Da bulgnaiṡ intapères = ‘vestirsi con eleganza’.
13 Andèr a gnòca può tranquillamente tradursi con ‘andare alla ricerca di femmina iper-calorica’.

La dmanndga

Al bar però, alla domenica, ci si arrivava un po’ dopo le 15:00 perché dalle 14:30 si stava con le orecchie alla radio dove andava in onda Al Pavajån14, un’allegra rivista radiofonica, tótta bulgnaiṡa, di Franco Cristofori e Cesare Pezzoli che nel settembre del ’53 aveva sostituito Ehi ch’al scûṡa (‘Ehi mi scusi’).

Nel bar doveva esserci il juke-box. Con i suoi 50-100 successi del tempo: c’era Mina, Celentano, c’era Paul Anka, Sinatra, mo ed bulgnaiṡ ‘song’ neanche l’om­bra. Per caso, alla fine degli anni ’60 scoprimmo casualmente, in un bar di San Giovanni in Persiceto, quattro titoli di Adrianén. Nella stessa macchina musicale erano disponibili anche Ai romani piaceva la biga15 e Je t’aime… moi non plus16.

Sempre generalizzando, l’incipit di una qualsiasi serata era:

  • Fâm bän un cafà, Tonîno… (‘Fammi un caffè, Tonino…’). Èt mégga vésst chi ragâz? (‘Hai mica visto quei ragazzi?’).

  • I êren qué fén a dîṡ minûd fà. I an détt ch’i andèven… (‘Erano qui fino a dieci minuti fa. Hanno detto che sarebbero andati…’)


14 Il Pavaglione, storico portico dove avveniva lo struscio serale e festivo fino agli anni ’80.
15 Una delle canzoni umoristiche più popolari e più gettonate nei juke-box dei tardi anni ’50.
16 Brano musicale francese, pubblicato in 45 giri nel 1969. Scritto da Serge Gainsbourg assieme a Jane Birkin. Testo con esplicito sottofondo erotico, non poteva non incorrere nelle maglie della censura italiana (ma anche inglese) che ne ordinò il sequestro e la distruzione, decretandone così il successo. Non c’era juke-box che non l’avesse in lista. In una prima versione la sospirante voce femminile è quella di BB.

L intåurt e l amåur

Se il barr era in una zona di passaggio diveniva anche il luogo ideale per praticare l’intorto17, nobile arte mascolina per carpire l’attenzione di qualche ragazza di pas­saggio al fine di conquistarne la simpatia… la conoscenza… la frequentazione… e così via. L’esercizio pappagallesco spronava i żuvnût (‘i giovanotti’) a pensate fan­tasiose per raggiungere lo scopo. Ricordo, fra le più simpatiche: “Sgnuréṅna, pòsia acunpagnèrla a vàdder magnèr äl pâst da Żanarén?” (‘Signorina, posso accom­pagnarla a veder mangiare le paste da Zanarini?’). In quella battuta era racchiusa anche la sintesi socio-economica della Bologna ‘anni ’60’. Comunque, come in­tåurt funzionava. E al Dócca (il Duca, sopranome di uno di noi, sempre elegante nei suoi modi) dopo aver condotto un delizioso sprucajén (ragazza snella e molto carina) un paio di volte ad assistere allo spettacolo di facoltosi concittadini ch’i se ṡludrèven (‘che si abbuffavano’) di cannoli e bignè… alla terza occasione, volle provare lui stesso, assieme alla bella accompagnatrice, quella ghiotta emozione e da lì al venir presentato ai di lei genitori il passo divenne un alito di brezza prima­verile. Hanno festeggiato da poco il cinquantesimo anniversario di matrimonio!

E con questa bella storia mi vien da dir qualcosa attorno all’amore bolognese. In bulgnaiṡ l’amore è l amåur. Ma l amåur è anche il sapore. Il verbo ‘amare’ non ha un corrispondente in bolognese con assonanze consimili. Per cui, se sentite qualcu­no che tenta di declinare un improbabile verbo amèr (mé a âm, té t âm, ló l âma… Brîṡa!) dèi di scabóff (‘dategli degli scappellotti’) perché si dice mé a t vói bän, té t um vû bän, lî la m vól bän (‘io ti voglio bene, tu mi vuoi bene, lei mi vuole bene’) e così via. Ló, l é “al mî schiciån…” Lî, “la mî schéccia”. Con l’appassionata frase ‘schéccia dal mî côr…la tâca (comincia) l’insereneta ed Faṡulén alla sua Isabella, meglio conosciuta come Briṡabèla (‘non bella’).

Non pensate però che, allora, Bologna fosse refrattaria alla passione e ai simitón (‘smancerie amorose’). La fine del fascismo aveva portato grandi interessi e cu­riosità verso la cultura straniera, soprattutto americana e francese. Negli anni ’50 erano tanti gli atteggiamenti, soprattutto fra gli adolescenti, che scimmiottavano mode e correnti di arte e pensiero esterofili. Questo serve da scusa per raccontare una scenetta ed vétta tótta bulgnaiṡa (‘di vita tutta bolognese’).

Primi anni ’60. Piazza Galileo. Renzo e Lucia (nomi di poca fantasia!). Dû anbruṡén: darsèt ân lî, dṡdòt ló. Cumassa ala cartolerî, lî. Liceèl, ló: al Galvâni. I stèven d’asptèr, al trai e mèż, che al negòzi l avréss e lî, dåpp un baṡén, la srêv andè a lavurèr. La piâza l’êra quèṡi vûda. L êra lói e l’êra na giurnèta di bän só chèlda, guè’! Sti dû i s êren pugè a una Mellezänt parchegè. Man int äl man i tubèven da brèv pizunzén. Ògni tant un c’nómm. Ló al tgnêva sått’al brâz un lîber e, dal mòsi as capêva che ló ai dscurêva pròpi ed cal lîber. Lî la l guardèva incantè. A un zêrt pónt ló al taché a rezitèr:

Les enfants qui s’aiment s’embrassent debout
Contre les portes de la nuit
Et les passants qui passent les désignent du doigt

Pò in itagliàn: “I ragazzi che si amano si baciano / In piedi contro le porte del­la notte / I passanti che passano se li segnano a dito”. Ed scât, lî la i s ataché al còl stricàndel a sé. Al lîber al casché in tèra. E i dû i s atachénn int un’apasiunè baṡarî. In st mänter ai arîva in biziclatta Ûgo, al cínno ed Pirån al furnèr (altro nome di ben poca fantasia!) che ala véssta di quell’intensa esternazione di passione al ṡvêrsla a chi dû: “Dî só, vût magnèrla tótta?” cuntinuànd a cucèr såura i pdèl e a stufilèr ‘Volare’18.


17 Nel suo Parlare italiano a Bologna, il Menarini specifica: ‘fare la corte’; nel dizionario di Lepri e Vitali, inturtèr è tradotto con ‘attaccare discorso (specialmente a fini amorosi); circuire’.
18 ‘Due fidanzatini: 17 anni lei, 18 lui. Commessa alla cartoleria lei. Liceale lui: al Liceo Galvani. Stavano aspettando le 15:30 che il negozio avrebbe aperto e lei sarebbe andata a lavorare. La piazza era quasi vuota. Era luglio ed era una giornata di ben calda, ve’! Questi due si erano appoggiati a una (FIAT) Millecento parcheggiata e mano nella mano tubavano da bravi piccioncini. Ogni tanto una carezza. Lui teneva in mano un libro e dai gesti si capiva che lui le parlava proprio di quel libro. Lei lo guardava incantata. A un certo punto lui prese a recitare un poesia di Jacques Prévert (1900-1977), in francese poi in italiano. Lei gli saltò al collo stringendolo a sé. Il libro cadde a terra. E i due si unirono in un appassionato sbaciucchiamento. Intanto arriva in bicicletta Ugo, il garzone di Pietro il fornaio […], che alla vista di quell’intensa esternazione di passione urla a quei due: “Vuoi mangiarla tutta?” e continuò a spingere sui pedali fischiettando “Nel blu dipinto di blu” (Modugno-Migliacci, 1958)’.

Ed banda a Palâz

Chi era adolescente in quegli anni – ovvero dopo che la televisione aveva comin­ciato a italianizzare la parlata del popolo – usava espressioni dialettali affidando a queste lo stesso ruolo che ha il corsivo in un testo: quello di dar spicco alla frase o a una precisa parte di essa. Provate a confrontare:

  • Perché sa cosa le dico: che costui con la sua dotta disquisizione mi ha già stancato.

  • Perché sa cosa le dico: che lû-qué (‘costui’) con la sua dotta disquisizione al m à bèle rått i sunâi (‘mi ha già rotto le scatole’; politically incorrect: ‘i genitali’).

Tótt un èter quèl! (‘Tutt’altra cosa!’).

Il mio interesse verso il vernacolo è tardivo. La scuola giustamente aveva messo in opera tutti gli strumenti perché la nostra scrittura fosse scevra da quelle sbava­ture che subivano l’influenza della lingua locale parlata: cadenza e mix italiano­bulgnaiṡ, ovvero l itagliàn. Quella sorta di slang che non era lingua e non era neppure dialetto: il tiro, il rusco, lo smalvino… (‘l’apriporta, l’immondizia, lo sve­nimento’).

A Bulåggna, se davanti alla ‘b’ o alla ‘p’ di un vocabolo italiano c’è una ‘m’, i bolognesi, forse per dispetto alla madrelingua, al posto della ‘m’ mettono una ‘n’. Così ‘imparare’ diventa inparèr, ‘ambasciatore’ diventa anbasadåur, e così via. Un luvàtt (‘trappola’) per noi cinni che per i primi anni delle elementari pativa­mo insufficienze a ogni dettato. Solo il malefico apostrofo dell’alesso, ovvero il ‘bollito’ – a quel tempo spesso in tavola e quindi sovente citato nei componimenti che raccontavano le abitudini delle famiglie – riusciva a peggiorare la media del profitto scolastico.

Fu proprio questo fricandò (‘strano miscuglio’) a sollecitare la mia curiosità: scoprire dove finiva la storpiatura e quale era il vero dialetto. Anzi al ptrugnàn (‘il petroniano’). Perché essendo nato e abitando int i Fuṡèri, Via de’ Fusari, ed banda a Palâz19, mi sentivo proprio un bulgnaiṡ D.O.C. Se poi tenevo conto che mio pa­dre era nato int al burgàtt ed San Iâcum20 (Piazza San Francesco) e mio nonno in Piazza de’ Celestini, mi sentivo in diritto di conclamare la mia petronianità. Stor­cendo il naso a tutto quello che era ariåuṡ, alberi e prati compresi.

Tenevo un quadernetto nelle cui pagine aggiungevo lemmi che catturavo parlan­do con bolognesi di una certa età e soprattutto frequentando, verso sera, la bottega di mio padre (un deposito di biciclette in Piazza Galileo) quando si riuniva con i suoi amici per chiudere la giornata lavorativa con una o più bottiglie di vino.


19 ‘Di fianco a Palazzo’. Con Palâz s’intende Palazzo d’Accursio, sede del Comune di Bologna.
20 ‘Nel borghetto di San Giacomo’.

Al giàzz

In quel tempo coltivavo anche un’altra passione: la chitarra. Prendevo lezione da una insegnante dal cognome bizzarro, Beccafichi Polgrossi. Era un punto d’incon­tro per ragazzi che volevano sfondare nella musica e qualcuno di questi ci è anche riuscito. Ad esempio Lucio Dalla.

Molte sere, quando non uscivo, passavo qualche ora a pistolare21, pardon, briga­re, con le onde corte della radio per sintonizzarmi su frequenze straniere e ascoltare programmi di jazz che invece la nostra RAI lesinava. Ci fu poi un evento che incise profondamente sui miei gusti e progetti, diciamo, “artistici”. Al Medica22 si tenne un concerto di Louis Armstrong23. Quella sera scoprii un mondo nuovo e, fischiet­tando alcuni dei temi proposti dal grande Satchmo, mi accorsi che al bulgnaiṡ si adattava benissimo alla metrica del blues e, salendo le scale di casa, provai a unire una frase bulgnaiṡa alle prime note della famosa Summertime24: Bän csa dît / l’é scapè vî l’arżdåura (‘Be’ cosa dici / è scappata la moglie’). Fu una gioia immensa trovare un nesso fra le mie due grandi passioni: il giàzz (‘jazz’) e al bulgnaiṡ.


21 Itagliano, dal bulgnai pistulèr.
22 Cinema Teatro Medica, ancor oggi in via Montegrappa
23 Uno dei più famosi jazzman, virtuoso trombettista e divertente cantante in stile scat singing (1901­-1971).
24 Ninna-nanna tratta da Porgy and Bess (1935) di George Gershwin (1898-1937).

Fèr l èsen

Cominciai così a documentarmi sulle musiche abbinate a testi bulgnîṡ. Da mia madre poi imparai La purtinèra, canzonetta ante-guerra con un testo assai spirito­so: “mî maré cla bôn’ânma bandatta / l êra chèp di spazén comunèl / al fó ló ch’l inventé la sculatta / d adacuèr con la / bròca / e al spinèl” (‘mio marito, quella buon’anima benedetta, era capo degli spazzini comunali. Fu lui che inventò il si­stema d’annacquare con l’annaffiatoio e il tubo’). Fatto curioso era che la musica della canzonetta era tale e quale a un successo discografico di quel periodo (Ogni volta) del famoso cantante canadese Paul Anka25. Per me, che assieme a miei ami­ci provavamo esperienze musicali in cantina, fu una scoperta importante. Con La purtinèra ci guadagnammo diverse serate in un’osteria dalle parti di Rastignano. Noi (fisarmonica, chromonica, chitarra e qualche percussione) eseguivamo oltre a La purtinèra, L’Andrécca (‘L’Enrica’), Marî la Guêrza (‘Maria la guercia’) e altre porcheriole di stampo goliardico. L’oste ci offriva affettati e sorbarese26. Un successo che m’impegnò per un trimestre ogni mercoledì sera e a cui mi preparavo con cura. Tant’è che mia madre, seriamente e con una certa soddisfazione, mi do­mandava affettuosamente ogni volta:
” Vèt a fèr l èṡen anc stasîra? (‘Vai a far l’asino anche stasera?’). ‘Far l’asino’, in questo caso, sta per ‘dare spettacolo’.


25 Cantante canadese nato nel 1941, presentò e cantò questa canzone al Festival di San Remo nel 1957.
26 Lambrusco di Sorbara.

Tåuset caråggna

Comunque quell’attività artistica si concluse con la fine di quella “tournée”. Rima­se la curiosità verso il dialetto e continuai ad aggiungere lemma su lemma al qua­dernetto, soprattutto quando raggiungevo mio padre o mio zio nelle storiche osterie che frequentavano: Al Quénng’ (‘Il Quindici’) nella off-limits Via Mirasole, La Purtiréṅna (‘La Tendina’) in Via Paglietta, a La Bûṡa Genèṡi, drî da cà (‘La Buca Genasi, dietro casa’) in Via Marescalchi, allora tempio della lirica. Frequentata da aspiranti cantanti, loggionisti e melomani, al’ustarî (‘all’osteria’) ed via Żucchi la domenica pomeriggio si poteva incontrare il duo dei fratelli Negrini, organino e chitarra bolognese, che davano aria a un ricco repertorio filuzziano. Luoghi in cui al bulgnaiṡ la faceva da padrone e dove il look un po’ anglofilo e cappellone degli allora giovani veniva rilevato e sottolineato da frasi del tipo: “Tåuṡet bän, caråggna d un Bíttel!” (‘Tosati bene, carogna d’un Bíttel!’, storpiatura degli allora in voga Beatles).

I baladûr

Nonostante Bulåggna non abbia mai disdegnato di lasciarsi permeare da mode e tendenze, soprattutto nei settori che si rivolgevano allo svago e al divertimento (chiamiamolo anche “sballo” se volete), nei ruggenti anni ’60, in pieno Beatles time, tennero botta all’invasione albionica alcuni dancing, più propriamente bala­dûr: il Do Re Mi, int al Pradèl27, il Sombrero, ala Pôrta däl Lâm28, il Gatto Nero, fòra San Dunè29, e l’Accademia Migliorini, in Via Ugo Bassi.

Anche qui il dialetto era di casa. Ma per molti di noi c’era il problema che, men­tre potevamo dirci grandi esperti di slow (ballo del mattone, per intenderci), un po’ di cha-cha e twist, lì, per il target dell’età del pubblico femminile, si doveva saper frullare in valzer, polke e mazurke. Ce ne facemmo una ragione ma questa nostra mancanza ci tenne lontano da quelle piste. E fu un peccato perché lì di folklore e genuéṅna âria bulgnaiṡa ai n êra da vànnder30.


27 In Via del Pratello.
28 Alla Porta delle Lame.
29 Fuori San Donato.
30 Aria bolognese genuina ce n’era da vendere.

Al bulgnais blûs

Dal periodo farfallonesco fatto di baladûr, barr e ustarî, mi ritrovai improvvi­samente “fuori uso” e confinato nella mia dimora nel cuore ed Bulåggna. La mî amråuṡa, incû cla dòna31, ebbe la bella idea di regalarmi un dizionario bologne­se32. Perché non utilizzarlo per realizzare quello che da anni era un progetto che di tanto in tanto mi si riproponeva: il blues in bulgnaiṡ. Era il 1971 e nacque la prima stesura di Idice river blûṡ.


31 La mia fidanzata, oggi mia moglie.
32 Gaspare Ungarelli, Vocabolario del dialetto bolognese, Bologna, Zamorani e Albertazzi, 1901.

Quall dal Pavajån

Sinceramente Bologna negli anni ’70 era più propensa a guardare in tante direzioni tralasciando quella che era la sua tradizione. Dimostrava l’ansia di non perdere quel treno che incominciava ad alimentarsi di novità… nuove tecnologie… nuovi strumenti di comunicazione.

Si sperimentavano novità su novità. Mode su mode, che si esaurivano nell’arco di pochi mesi. Di tanto in tanto soffiava un alito di tradizione che provava di ap­parentarsi con qualcuno di questi nuovi strumenti, per utilizzarne le potenzialità e proporsi come novità. Un mix che spesso cadeva nel provincialismo dei lamenti nostalgici in chiave nazional-popolare.

Con il dialetto dovetti confrontarmi ogni giorno per alcuni anni trascorsi a San Pietro in Casale per lavoro.

Strano mondo per me, sempre abituato ai ritmi e ai riti di una città.

Quando vi arrivai, erano i primi anni ’70, la vita di quel paese pulsava in tre bar: quello del prete, il CRAL con la sezione del PCI e quello frequentato dai socialdemocratici. A seconda di dove ti fermavi a bere il caffè venivi etichettato politicamente.

Lì, però, quasi ai confini del mondo bolognese, mi trovai costretto a dialogare in dialetto, perché quella era la lingua in cui prevalentemente si esprimevano quelle genti e, anche se ciò causava qualche scompenso alla mia buona cadenza petronia­na, rinfrancava l’abitudine all’utilizzo del vernacolo. Io però, provocatoriamente, cercavo di connotare snobisticamente la mia parlata con enfatico accento cittadino. Cosa che non mancava di essere rilevata e canzonata da colleghi e amici del luogo che avevano coniato per me una sorta di sfottò: Quall dal Pavajån (‘Quello del Pavaglione’).

Proprio in quel contesto, tanto ricco di tradizioni contadine, ebbi la fortuna di conoscere un personaggio di grande spessore per il bulgnaiṡ, il prof. Pietro Mainoldi, importante studioso della nostra lingua33 e autore di un sintetico ma altrettanto prezioso manuale della lingua bolognese.


33 Pietro Mainoldi (1895-1974) è autore del Manuale dell’odierno dialetto bolognese pubblicato nel 1950. Nell’opera si possono trovare spiegazioni su sostantivi, articoli, pronomi, avverbi, preposizioni, verbi eccetera, per finire con un glossario. Mainoldi adegua il sistema ortografico alla pronuncia della seconda metà nel ’900, nonché alla necessità di semplificare il coacervo di segni impiegato a quel tempo. Trattasi di un sistema più che adatto al dialetto cittadino.

Fèr un rótt e bôna nòt sunadûr

Con i rudimenti di quel manuale, oltre che limare e stralimare il mio bulgnaiṡ blûṡ, mi azzardai a scrivere qualcosa in bulgnaiṡ, un paio di poesie che celebravano, una l’osteria di Via Mirasole 15 e l’altra la ben nota Pensione Fusari, albergo a ore, se non quarti d’ora, che operava alacremente sotto casa mia.

Verso la fine degli anni ’70 si concluse il mio “esilio arioso”. Rientrai a Bologna e mi affacciai all’affascinante mondo delle cosiddette radio libere. Dove già c’era chi provava a utilizzare il dialetto per il messaggio radiofonico. Lì però la chiac­chiera bulgnaiṡa era sempre abbinata a musica che proprio non mi andava giù: il liscio.

Con altri, non proprio tutti “made in Bo” – fra noi c’era anche un mezzo mo­denese, un meneghino D.O.C. e un napoletano del Quartiere Scampia – mi ero infilato in una radio dove i bolognesi non prevalevano di certo e dove era ben raro udire un sócc’mel pronunciato come dio comanda.

Ci presentammo come il Collettivo della Kazzata e per ben cinque anni facem­mo della sana goliardia radiofonica: ogni martedì, puntuali alle ore 21:00 da Radio Informazione 99,7 MHz, con Il Diodo.

Da quei microfoni uscì ben poco del nostro vernacolo, soprattutto in quanto chi ci seguiva era un pubblico di studenti fuori sede a cui al bulgnaiṡ sarebbe stato incomprensibile. Unica concessione al dialetto, Maria La Guêrza cantata provo­catoriamente in diretta dal nativo di Scampia e Strénnżel col tanâi (‘stringilo con le tenaglie’) dissacrante versione (curata dall’amico Antonio Calzoni) del successo di Frank Sinatra, Strangers in the Night, dove l’attinenza fra le due versioni era limitata all’assonanza stra i due titoli.

In quegli anni spuntano anche le televisioni private. Il 2 giugno del 1977, Vide­obologna inaugura le trasmissioni.

Fra le rubriche in onda c’era Cara Bologna con alcuni nomi importanti della cultura petroniana come lo storico Mario Maragi, il capocomico Arrigo Lucchini e il cantautore dialettale Quinto Ferrari. Il conduttore era Giulio Majani.

Una giornalista che aveva letto le mie due e uniche poesie mi propose di andarle a leggere sotto quei riflettori. Ne fui lusingato e mi preparai con tutti i crismi che pensavo bisognasse mettere in campo per un’occasione del genere: barba e capelli in quella prestigiosa barberia che da decenni stava, e forse sta ancora, nel palazzo della Banca d’Italia in Piazza Cavour, camicia di seta, papillon fantasia e il com­pleto con etichetta Versace: il pezzo forte del guardaroba! Forse un look inadeguato sia per il set che mi attendeva, sia per il mio ruolo di poeta folk.

Mi ritrovai in un piccolo salotto pieno di luce con Lucchini e Majani che, dopo avermi posto qualche domanda sui generis mi lasciarono innanzi a un microfono con i miei versi (tre minuti e trenta in totale!). A quel punto, per un eccesso di pu­dore, decisi di non leggere quelli che parlavano della scabrosa Pensione Fusari e tagliai un verso onomatopeico (flatulenza sonora) che sottolineava la chiusura del sonetto: “… fèr un rótt / [emissione di un rutto] / e bôna nòt sunadûr34.


34 ‘Fare un rutto / [emissione di un rutto] / e buonanotte suonatori’.

Par fèr vgnîr maténna

Se Bologna nottambula proponeva una vasta scelta di punti di ritrovo per fèr vgnîr matéṅna (‘far venire mattina’) (l’Osteria delle Dame35, la Birreria Lamma, la Bir­reria Bologna o il Continental36), per lo spuntino post mezzanotte (la Grondaia37, il Club3738) e una miriade di baladûr (dei cui nomi è difficile tenere conto), Bulåg­gna Bulgnaiṡa non era da meno e si esprimeva molto a teatro: al Duse39, dove Luc­chini il 20 ottobre del ’50 aveva riscosso un eclatante successo con la prima della rivista musicale Bän, mo da bån? (‘Ma davvero?’), al Medica, al D’Annunzio, all’Arena del Sole40, alla Ribalta41, al teatrino dell’Euridice in Via degli Angeli, dove nell’ottobre del ’49 Bruno Lanzarini aveva fondato la nuova compagnia. Ri­levante la stagione estiva all’Arena Puccini42, che ospitava 2000 presenze a serata, e, dopo un ammodernamento, il più elegante nightclub della Città, il Jolly Joker43, riaprì con l’insegna del Capitolino, gestito da Arrigo Lucchini. Fu la prima espe­rienza di teatro stabile in dialetto bolognese. Purtroppo durò solo pochi anni, ma fu un’esperienza intensa, ricca di eventi e interessanti spunti.


35 Vicolo delle Dame.
36 Via dei Giudei, Via Ugo Bassi e Via Indipendenza.
37 Vicolo de’ Quadri.
38 Strada Maggiore.
39 Il teatro è ancor oggi in Via Cartolerie.
40 Anche oggi in Via Indipendenza.
41 Era in Via d’Azeglio.
42 Dopolavoro Ferroviario in Via Serlio.
43 In fondo a Via Galliera.

Faṡulén, Ṡganapén, Balanzån

Dal ’76 Bulåggna ospitò, proprio a Palazzo, quell’arte acsé bulgnaiṡa che sono i burattini: Fagiolino, Sganapino, Balanzone, Flèma, Sandrone, Rosaura, Brîṡabela… Fu questo il cast di teste di legno che Demetrio Presini45 propose a la Cmóṅna46 per farsi affidare un spîguel (‘un angolo’) della prestigiosa sede istituzionale per un’ipotesi di teatro stabile dei burattini classici bolognesi. Arte importantissima per il mantenimento dell’uso del nostro dialetto e di tutte quelle simpatiche peculiarità che rendono riconoscibili e apprezzati i bulgnîṡ.

Fortunatamente, anche oggi in quest’apertura di III millennio, la nobile arte dei Cuccoli47 è mantenuta ben viva da uno storico maestro quale Romano Danielli e da un giovane, già maestro quando era ancora adolescente e oggi attento studioso e ricercatore di questa spassosissima arte. Mi riferisco a Riccardo Pazzaglia che con la baracca I Burattini di Riccardo48 è un efficace ambasciatore della miglior tradizione bulgnaiṡa, conosciuto, apprezzato e richiesto ben oltre la nostra regione e anche oltreoceano.


44 ‘Costui mi fa venire i capelli bianchi ogni volta che apre bocca’.
45 M° burattinaio (1918-2002).
46 ‘Il Comune’ (in bulgnai è femminile!).
47 Filippo (1806-1872) e Angelo (1834-1905), padre e figlio, illustri maestri burattinai del XIX sec.
48 http://www.burattinidiriccardo.it.

Äl Cà dal Pòpol

Altri luoghi cari alla Bulåggna Bulgnaiṡa furono le Case del Popolo che, conclu­sosi tragicamente il proibizionismo fascista, proliferarono un po’ ovunque. Luoghi assai interessanti proprio perché operavano in un contesto complesso che tentava di coniugare il fermento politico con il tempo libero. Essendo molte di queste an­che di baladûr, ovvero dei dancing, mettevano in relazione le nuove generazioni con quelle precedenti che affollavano gli stessi locali per via dla brésscla, dal trî­sèt, dal ṡbarazén o dla tòca49. Un benefico incontro ai fini dal bulgnaiṡ.


49 Briscola, trè-sette, sbarazzino, tocca sono quattro giochi di carte piacentine. Tòca si traduce con tacchino.

Äli ustarî

E c’erano pur sempre äli ustarî (‘le osterie’) che, rinate dopo gli anni del coprifuo­co, avevano capito che la Città non aveva bisogno di bettole in cui si beveva sol­tanto (e, normalmente erano bevute di infima qualità) ma di luoghi di aggregazione dove la gente potesse anche esprimersi, diciamo, in senso artistico. Anche parlando solo di se stessi o di quello che stava loro più immediatamente attorno, magari con l’ausilio di una chitarra.

Ed ecco che gli osti investirono in chitarre che custodivano gelosamente e che affidavano, a ragion veduta, a questo o a quell’avventore di cui era noto l’estro artistico. Al quale, se risultava un richiamo per il locale, venivano poi abbuonate parte delle bevute.

Båurg San Pîr, Pradèl

Conclamato nume dei menestrelli petroniani “da osteria”, nella seconda metà del XX secolo è sicuramente Quinto Ferrari50. Per nostra fortuna è stato prolifico auto­re lasciando un cospicuo patrimonio di testi e incisioni discografiche. Tanti genuini quadretti poetici e ritratti della nostra Città. Indimenticabili le serate quando lo si incrociava proprio in uno di questi luoghi armato di chitarra, innanzi a un bicchiere di vino, mentre con un filo di voce raccontava in musica i suoi versi. Avventori e amici ascoltavano attenti e non vedevano l’ora di unirsi a lui per essere coro di quella che può considerarsi la canzone/inno della Bulåggna d’un tempo, La Madunéṅna dal Båurg San Pîr: “Båurg San Pîr, Pradèl, dåu strè rivèl ch’i s liti­ghèven sänper la Madòna…51.


50 (1907-1995).
51 ‘La Madonnina di Borgo San Pietro: “Borgo San Pietro, Pratello, due strade rivali che si litigavano sempre la Madonna…”’.

La canzunatta bulgnaisa

Così, fumose sale in cui prevaleva l’acre odore della cicca smorzata, divennero lontane parenti delle ben più note caves parigine. Il repertorio era davvero a chilo­metro zero e a volte veniva contaminato da brevi pièce di cabaret. Spesso si affac­ciavano giovani cantautori che il pubblico internazionale avrebbe poi consacrato a star. Un poliedrico e variegato festival, dove anche la canzunatta bulgnaiṡa ebbe i suoi protagonisti, le sue star.

L’é Piâza e bôna lé!

Da Palazzo, poi, chi ha fatto il sindaco ha avuto il privilegio di avere sempre una poltrona riservata su quella meravigliosa arena di 6900 m² (115 × 60) che è Piâza: brîṡa Piazza Grande o Maggiore. L’é Piâza e bôna lé! (‘È Piâza e basta!’).

Qui ogni teatro non può che impallidire di fronte a quest’ambiente così preziosa­mente incorniciato. Non solo la spaziosità e la potenzialità di posti a sedere: 3000 quelli fruibili oggi per la XXIX edizione dell’importante rassegna cinematografica Il cinema ritrovato, che ha riempito Piâza fra giugno e luglio 2015.

Proviamo a pensare a quello che è andato in scena su questo palcoscenico “cuore civile della vita petroniana” da quando gli Sherman Alleati si sono allontanati dal crescentone (21 aprile 1945) lasciando la Città libera e bella: tanto per parafrasare una réclame un po’ datata.

Un mio zio, tanto legato a Bologna ma da cui fu costretto ad assentarsi per tutto il periodo bellico, rientratovi post Liberazione e rivisti in Piâza grandi raduni poli­tici, religiosi, celebrativi, anche mesti, quale il funerale di illustri concittadini, ebbe a dire: “Adès sé che Piâza l’é turnè a fèr la piâza!52.


52 ‘Adesso sì che Piazza è tornata a fare la piazza!’.

I ruglétt

E fèr la piâza ha anche voluto dire, dai primi giorni del Dopoguerra, divenire tea­tro di piccoli assembramenti di persone (ruglétt, capannelli pr i bulgnîṡ) intente a discutere, e sovente litigare, di politica. Discussioni sì animate, ma quasi sempre nei canoni della convivenza civile. Tutt’al più echeggiava qualche frase più vibrata del tipo “Mo chi v cardîv d èser?53 oppure “Sèl in dóvv a v al psî métter al vòster Stalin?54. Però la frase non aveva quasi mai seguito.

Un quadretto divertente di questi “siparietti”, che gli amalè dla puléttica (‘am­malati della politica’) attivavano spontaneamente sul crescentone sfidando ogni tipo d’intemperie, è dato dal brigadiere che negli anni ’60 li seguiva discretamente. Era sempre lo stesso brigadiere (oggi si direbbe “sotto copertura”) dell’Ufficio politico della Questura, che col caldo estivo o col gelo invernale, ascoltava atten­tamente quello che lì, sulla pubblica piazza, veniva detto pro o contro il Governo. Era un simpatico verace partenopeo con un’inconfondibile fisionomia. Tutti i fre­quentatori sapevano chi era e perché era lì e lo consideravano uno di loro. Non so quanto lui comprendesse di quelle discussioni poiché nel dialogo prevaleva al bulgnaiṡ e che cosa riportasse nella relazione che sicuramente doveva poi redigere.

Al ruglàtt (‘il capannello’) degli sportivi, invece, si formava più o meno a cin­quanta metri da quello dei politici. Int i Urévvṡ ednànz al Bar Otello55, si raduna­vano i amalè dal Bulåggna (‘i patiti del Bologna’, quello che divenne Campione d’Italia il 7 giugno 1964). Qui il lessico che dominava era smaccatamente molto più bulgnaiṡ di quello che si udiva int i ruglétt dla Piâza (‘nei capannelli di Piaz­za’) ed era anche molto più gridato, con epiteti e consigli in cui faceva sfoggio una buona dose di trivialità tótta bulgnaiṡa (‘tutta bolognese’). Esempio: “A sî pròpi na scuèdr’ed brûc. S’an i fóss i bajûc d Agnelli a sréssi bèle in sêrie ‘C’56. Questo per gli juventini. Spesso però, e ad libitum, echeggiavano frasi ben più colorite: “T an capéss… t an è mâi… e t an capirè mâi un câz57 oppure “và bän a ciapèrel int al bisachén58.


53 ‘Ma chi vi credete di essere?’.
54 ‘Sa dove vi potete mettere il vostro Stalin?’.
55 ‘In Via degli Orefici innanzi al Bar Otello’.
56 ‘Siete proprio una squadra di brocchi. Se non ci fossero i soldi di Agnelli sareste già in serie ‘C’’.
57 ‘Non capisci… non hai mai … e non capirai mai un cazzo’.
58 ‘Va bene a prenderlo nel taschino’ (dove ‘taschino’ ha un significato ben più largo).

Lûcio e la Banda Rossini

Piâza, pò, dagli anni ’70 mostra tutta la sua vocazione musicale andando ben oltre gli appuntamenti bandistici degli anni ’50 quando l’istituzionale Corpo Bandistico Rossini59 eseguiva in concerto brani operistici, sfoggiando i rilucenti ottoni nel centro del crescentone su un prezioso palco liberty forse oggi dimenticato in qual­che magazzino comunale.

Nel 1972 Lucio Dalla60 raccontò al Festival di San Remo la poetica storia di un clo­chard e il suo vivere pròpi lé (proprio lì), in Piâza (Piazza Grande). Fu un grande suc­cesso! E oggi Piâza è un luogo “cult” per i tanti ammiratori del cantautore scomparso.


59 Il Corpo Bandistico G. Rossini è nato nel 1855. Assume tale denominazione nel 1945 ed ebbe per sede il prestigioso conservatorio G.B. Martini.
60 (1943-2012).

I dågg’ ân ed Sèrti in Piâza

Nel 1974 un altro cantautore bolognese, allora più noto a Milano che qui, Dino Sarti61, conquista musicalmente Piâza. Per dodici anni in fâza a Palâz (‘davanti a Palazzo’) e sotto il severo sguardo dal Żigànt (‘Gigante’, la statua del Nettuno), il 14 agosto la musica diventò bulgnaiṡa. Una bella idea dell’allora sindaco Renato Zangheri62 per tutti quelli che restavano in città.


61 (1936-2007).
62 Sindaco di Bologna dal 1970 al 1983.

Al cantèr bulgnais

Negli anni ’80, tra coloro che si dedicavano alla canzunatta bulgnaiṡa, oltre al Quinto Ferrrari e al Sarti di cui si diceva prima, c’era, all’apice della carriera, An­drea Mingardi63, molto seguito non solo per il dialetto, e le cui canzoni costituisco­no una cospicua discografia. Ha composto brani che narrano Bologna e la sua gente con versi in gran parte in dialetto. Anche se noi petroniani vi rileviamo simpatiche tracce di “ariosità”.

Sempre nella seconda metà del XX secolo, ha cantato Bologna Adrianén (Adria­no Ungarelli)64, cantante e attore comico. Una sorta di chansonnier bulgnaiṡ. Era il cantante del famoso complesso di Leonildo Marcheselli65, grande interprete della Filuzzi: il ballare alla bolognese.

C’era poi Mario Medici66. Esule per motivi politici in Francia, dove si mantenne cantando. Rientrò e animò assieme al figlio tante simpatiche serate senza mai di­menticare di intonare Il samba del tifoso67.

E mi fa piacere ricordare Mauro Mattioli68, attore, cabarettista e poi doppiatore di Stanislao Moulinsky, acerrimo nemico del detective Nick Carter di Bonvi e De Maria, primo fumetto multimediale. Mattioli, dotato di una signorile eleganza da bolognese benestante e di una meravigliosa voce baritonale, lasciò al pubblico del Festival della Canzone Bolognese alcune raffinate interpretazioni del repertorio di Carlo Musi69 che raccolse e ampliò successivamente in un prezioso CD70. Negli anni ’60 Al Grópp71 si esibiva in una delle storiche cantine musicali di cui pullulava il centro storico.

Se ben ricordo, e mi scuso se ne dimentico qualcuno, in qualche osteria devo aver anche incrociato Agostino Sassi72, Gianni Pallotti73, Aldo Varini, Cesare Mal­servisi, ognuno di loro con i propri bozzetti musicali che descrivevano la Città nei tempi e in diverse situazioni.


63 http://www.andreamingardi.it.
64 (1925-2013).
65 (1912-2005).
66 (1907-1984).
67 Un omaggio alla squadra del cuore, ovviamente Al Bulåggna (1975).
68 (1942-2008).
69 Carlo Musi (1851-1920), uno dei grandi protagonisti delle notti bolognesi, ha rappresentato il tipico petroniano, amante della buona tavola, degli scherzi, delle allegre brigate. Biasanòt impenitente, assiduo frequentatore di ritrovi e dopo-teatro, è soprattutto ricordato come grande autore di canzonette in dialetto bolognese.
70 Carlo Musi, un vecchio amico [canzoni di Carlo Musi] con Mauro Mattioli voce, Loris Ferrari chitar­ra, Marco Ferrari clarinetto e flauti.
71 ‘Il Gruppo’: Gianni Cavriani, Mauro Mattioli, Bruno Baratozzi e Nando Gurioli.
72 (1933-2013).
73 (1934-2002).

As canta anc a Bulåggna

Era il 1985 e, stimolato dall’aver ritrovato un 45 giri con l’incisione da parte di un mio cugino Bruno Jani74 di una canzone anteguerra che già nel titolo echeggiava il clima di quegli anni, La Râza bulgnaiṡa75, andai a spulciare archivi, imparando così che circa sessant’anni prima Bulåggna aveva avuto il suo festival. Era sta­to promosso dalla Famajja Bulgnaiṡa76, lo storico sodalizio petroniano, e venne intitolato As canta anc a Bulåggna (‘si canta anche a Bologna’). L’intendimento dei petroniani d’allora era stato quello di mettersi in gioco in contrapposizione al famoso festival di Piedigrotta che si teneva a Napoli e che aveva risonanza interna­zionale. Purtroppo l’iniziativa petroniana si afflosciò nel giro di tre anni.

Mi venne un’idea: finalmente avevo terminato di assestare il mio bulgnaiṡ blûṡ. Era pronta Idice river blûṡ e non solo. Assieme ad alcuni amici (che cito con gioia: Gigi Pavani, Maurizio Montanari77, Fabio Borsarini, Francesco Pavani alla chi­tarra) avevamo costituito un gruppo, I Chèro-té Singer. A quel punto il problema divenne quello di cantarla in pubblico. Non era cosa facile dal momento che il no­stro repertorio si limitava a quella canzone e alla versione bulgnaiṡa della famosa Image (Imażinèv) dei Beatles che aveva fatto il Gigi. Il tutto durava sì e no dieci minuti. L’ideale sarebbe stato un festival.

Girai l’idea a un quartiere e sotto l’egida del Quartiere Saragozza lanciammo uno stringato comunicato al Carlino invitando chiunque avesse voglia di cantare una canzone bulgnaiṡa a farsi vivo. Importante: non ci sarebbero stati vincitori, né premi, né compensi.

Chi l’avrebbe detto: la risposta fu di gran lunga superiore a ogni aspettativa. Così il 24 ottobre 1986 al Teatro Bellinzona rispolverammo As canta anc a Bulåg­gna, serata tutta bolognese del suo cantare.

Condusse lo spettacolo l’assai loquace Giulio Majani. Ospite della serata, nien­temeno che Quinto Ferrari.

Quello che mi diede grande soddisfazione, oltre al teatro stipato ed entusiasticamente plaudente, fu la concreta sensazione di aver spolverato una sorta di lampada di Aladino. Dove il genio fuoruscito dal beccuccio della lumiera (materializzatosi nei panni dell’allora neo Assessore alla Cultura, Nicola Sinisi, acuto amministrato­re pugliese di origine e provenienza, ma con Bologna nel cuore) fu ispirato a dare alla canzunatta bulgnaiṡa una sede di grande prestigio.

 


74 M° burattinaio. Negli anni ’50 apriva la sua “baracca” a Porta San Mamolo.
75 ‘La razza bolognese’ di Fernando Panigoni e Aldo Laurenti.
76 http://www.lafamigliabolognese.it.
77 Maurizio Montanari, anche lui protagonista dei Festival, con alcuni bei ritmi del M° Annibale Modoni: Canta insàmm a mé e Frank Sinatra, un divertente ritratto di The Voice.

Al Festival

Così il 14 agosto 1987 i riflettori della RAI si accesero in Piâza per dare poi all’Ita­lia intera il Primo Festival della Canzone Bolognese.

Fu Andrea Mingardi, mattatore della serata, a portare alla ribalta i dodici finalisti che una rigorosa giuria aveva selezionato fra una settantina di partecipanti. Sul palco anche diversi ospiti e fuori concorso: Andrea Mingardi, con alcuni pezzi del suo colorito repertorio; l’ospite “straniero”, Peppe Barra, Mauro Mattioli e il suo omaggio a Carlo Musi, Quinto Ferrari che cantò insàmm a tótta la Piâza (‘assieme a tutta la Piazza’) La Madunéṅna dal Båurg San Pîr.

E ci fu anche Aldo Jani Noè con I Chèro té Singer e la loro Idice River Blûṡ: im­probabile e surreale storia cantata a mo’ di blues, capitata nel 1933 fra Monterenzio e Castenaso, con cui Aldo guadagnò da parte di Andrea Mingardi la definizione di “Joe Cocker bolognese”.

La competizione canora ebbe quali trionfatori una band assai innovatrice per il genere dialettal/musicale, la Honolulu Gang. Sul palco, Ceffo, Zcòn l é bòn, Giòn, Tózz, Ciàc e due scatenate fans-girl in succinto bikini: Le Bi-Gatte. Turtlén in Brodway, primo premio; Biziclatta Dreaming, secondo premio. Due storie che fondevano l’allora realtà di benessere diffuso con il modo in cui questo era simpa­ticamente recepito nella loro terra di origine. Un vivace sound e un verace dialetto della Bassa Bolognese “made in La Padóll” (Padulle di Sala Bolognese; Padóll sta per ‘palude’). Alberto Gruppioni e Andrea Marchesini, gli autori. Di quell’evento se ne fece un long-playing, oggi ricercato da cultori e collezionisti, e tre trasmis­sioni televisive che RAI1 mandò in onda nella settimana successiva prima del Te­legiornale delle ore 20:00. Mo csa vlîv de pió? (‘ma cosa volete di più?’).

Quel Primo Festival segna un punto di partenza per un utilizzo più dinamico del dialetto bolognese. L’autorevole giuria78 che aveva deciso l’ammissione delle canzoni allo spettacolo aveva preferito dare spazio a storie che fotografavano il presente preferendole alle nostalgiche rievocazioni di Cum l’êra bèla Bulåggna quand…79. Ne uscì così un repertorio che provava a raccontare la nostra gente con canoni e punti di vista rinnovati. Non fu un caso che i vincitori del concorso non fossero intra-murari (“Ahimè!”, mi suggerirebbe un certo snobismo a cui spesso mi affido per provocatorio divertimento). E non fu un caso che questo racconto lo cantassero giovani (allora ventenni) per i quali il dialetto era ancora la loro lingua parlata primaria.

Il successo del Festival produsse un rinnovato interesse attorno alla canzone bolognese. Ai vincitori aumentarono le proposte per serate in feste e sagre e furono costretti a darsi strumenti e atteggiamenti da artisti professionisti: prove cadenzate cui non si poteva mancare e che si tenevano int una tîz (‘in un fienile’) sperduta nella campagna di Sala Bolognese, sempre ben fornita di bottiglie di vino e salumi vari. Ceffo, poi, il leader del gruppo, preso da frenesia compositiva, di lì a poco sfornò gustosi quadretti, in chiave rock, dove stra nabbia e zinzèl (‘zanzare’) si raccontavano amorazzi e intriganti passioni della Bassa.


78 Francesco Guccini cantautore, Andrea Mingardi cantautore, Mauro Mattioli attore e cantante, Roberto Leydi etnomusicologo e docente universitario, Giorgio Vacchi etnomusicologo e direttore di coro, Annibale Modoni musicista, Mario Maragi storico, Fabio Foresti docente universitario, Luigi Lepri dialettologo, Marco Guidi giornalista e l’assessore Nicola Sinisi.
79 ‘Com’era bella Bologna quando…’.

Dåu butélli e un pôc ed cåppa

Anche la mia Idice River ebbe momenti di gloria. Addirittura fui invitato a cantarla in play-back per un’importante TV locale. Questo mi stimolò ad andare oltre al genere fluviale e pensai di dedicare un bulgnaiṡ-blûṡ al lemma principe dal nòster dialàtt. Nacque così una storia quasi vera: un concerto di Satchmo conclusosi con un’intensa notte d’amore, Sócc’mel che blûṡ!, con sosta propiziatoria da Mario, in San Flîṡ: “… dåu butélli e un pôc ed cåppa …80. Arrangiata da Annibale Modoni81, bluesman il sottoscritto. Fu inclusa con tutti gli onori nel long playing con la com­pilation della II edizione del Festival.


80 ‘Da Mario, in Via San Felice’ (sarebbe l’ustarî dla Mariéṅna): “… due bottiglie e un pò di coppa …”.
81 Pianista e vibrafonista tra i più apprezzati in Italia. Gli anni ’60 lo vedono in più occasioni al fianco di Chet Baker. Storico il suo sodalizio con Henghel Gualdi. Tra le sue collaborazioni, la Doctor Dixie Jazz Band, Joe Venuti, Piergiorgio Farina, Renzo Arbore e Andrea Mingardi.

Festival 2

Il 14 agosto 1988 fu la seconda volta del Festival. Un’edizione che mantenne l’in­dirizzo innovativo e consacrò a pari merito due cantautori, Cesare Malservisi82 (L’aventûra, il titolo della canzone) e Fausto Carpani, in quest’occasione con Gep­po Pulga (Lucàtt Blûṡ, uno spiritoso blues). Personaggi che non si sarebbero ferma­ti a quell’evento. Cesare ha fatto sentire a lungo la voce della sua poetica musicale, la cui punta più alta è secondo me Al barcarôl dal Trabb83. Se di Geppo, nel firma­mento dla canzunatta bulgnaiṡa, si sono perse le tracce, di Fausto Carpani c’è tanto da dire. E lo facciamo cominciando dalla Terza edizione del Festival.


82 (1935-2005).
83 ‘Il barcaiolo del Trebbo’ (Trebbo, località sul fiume Reno in comune di Castelmaggiore).

La repóbblica di cínno dåpp la guèra

Il 14 agosto 1989 si apre la terza e ultima edizione del Festival della Canzone Bo­lognese. La giuria selezionatrice, la stessa delle altre edizioni, è sempre animata dallo spirito innovatore che professa di voler escludere dal palco nostalgie e pseu­do romanticismi, liscio e zum-pa-pa. Guadagnano così la ribalta anche ritmi della costellazione rock. Poi fra gli 84 brani pervenuti spunta una bella voce che raccon­ta con sapiente pathos la repóbblica di cínno dåpp la guèra84. È Prè ed Cavrèra, Prati di Caprara, lo spazio demaniale attorno alla casa dell’infanzia dove, bambino, l’autore/interprete gioiosamente giocava fra i residuati bellici con altre decine di cínni (ci rifiutiamo di dover spiegare cosa sia il cínno [N.d.E.]). Più nostalgica e romantica di così non si può. Costruita su una melodia semplice e lineare, attrae per l’intelligente semplicità e per la forza della sua poetica. Scritta in un ottimo bolognese, è ben rispettosa di rima e metrica. È il capolavoro di Fausto Carpani.

In Piâza Fausto mette in campo tutte le sue doti, la Piâza recepisce e un applauso fòra dl urdinèri (‘straordinario’) lo decreta vincitore.

Per Fausto, pustén ala Bevrèra85, si aprono nuovi orizzonti: di lì a poco incontra Stefano Zuffi86, virtuoso polistrumentista. Di lui si diceva che sapesse suonare ogni strumento, escluso il campanello di casa. Furono la Ditta Carpani & Zuffi che portò in spettacolo decine e decine ed nôvi canzunàtt.


84 ‘La repubblica dei bambini dopo la guerra’.
85 Postino alla Beverara (località in Bologna, fuori Porta delle Lame). Al pustén dla Bevrèra è anche una canta autobiografica del Carpani.
86 (1957-2012).

Al Pånt dla Biånnda

Fausto si è rivelato uno dei più interessanti cultori della tradizione bolognese. Il suo rovistare intelligentemente nel passato delle nostre genti ha portato alla ribalta fatti, curiosità e aneddoti non sempre conosciuti, da cui ha saputo ricavare piacevo-li canzoni (che lui chiama cante) con le quali ha dato vita a centinaia di spettacoli int ògni spîguel dla nòstra tèra87. E per tèra si potrebbe, per assurdo, anche intendere il mondo, visti i successi ottenuti non solo vicino a Bologna, ma anche in altre città italiane, in altri paesi europei e in America. Nel 2007 il sindaco di Bologna gli conferisce il Nettuno d’Oro.


87 ‘In ogni angolo della nostra terra’: Brasile, Uruguay, Argentina, Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Francia, Romania.

Un furastîr par fèr insugnèr Bulåggna88

Il Festival della Canzone Bolognese è stato un importante volano per la crescita e la divulgazione della lingua bolognese. Non tanto per l’evento in sé ma per una serie di interazioni che vennero a configurarsi e che per la prima volta ebbero il marchio e lo sprone dell’Assessorato comunale alla Cultura, in quel momento condotto con grande dinamismo da un giovane pugliese, Nicola Sinisi.

Il 18 luglio 1987 prende il via Bologna sogna, rassegna estiva promossa dall’Assessorato alla Cultura. Prevede spettacoli musicali, teatrali e comici, proiezioni di cinema e sceneggiati televisivi all’interno dei cortili di palazzi storici, quali l’Archiginnasio, il Museo Civico, Palazzo Poggi. Nelle successive edizioni entreranno a farne parte altri contenitori di pregio architettonico, fra cui l’antico convento adibito a carcere, San Giovanni in Monte (XIII sec.), posto su una piccola altura in pieno centro cittadino. In quei mesi era dismesso e in attesa di ristrutturazione per un migliore utilizzo. Un ambiente che accolse il pubblico con tutte le intriganti sensazioni generate dall’essere stato prigione per due secoli.

Bologna, quale refrigerio alle afose estati89, mise in gioco un ricco potenziale artistico fino a quel momento relegato nei club, in piccoli teatri, nei CRAL o semplicemente in qualche cantina che si animava col passaparola.


88 ‘Un forestiero per far sognare Bologna’.
89 Bologna Sogna vive dal 1987 al 1992.

Fasulén, Biavèti, trî Balanzón e un cardinèl quèsi Pèpa90

Bologna diviene una costellazione di palcoscenici in cui si esprimono i tanti generi dello spettacolo. E c’è anche il dialetto con i suoi tre festival musicali. I burattini che tornano sotto il Voltone di Palazzo Re Enzo. Il cardinal Lambertini del Testoni, allestito in Piâza in occasione del 250° anniversario dell’assunzione al soglio pontificiodi Prospero Lambertini, Benedetto XIV91. E ci sono Romano Danielli, Patrizio Roversi e Alessandro Bergonzoni nei panni di tre Balanzoni che tengono scena nel cortile dell’Archiginnasio e sempre lì, nella prima sede dell’Alma Mater Studiorum, Fagiolino e Biavati caduti dalle nuvole92, di e con Vittorio Franceschi e Giorgio Comaschi che immaginano il ritorno di questi due personaggi, pretesto per rifletteresulla Bulåggna di quel 1995. Ai due fantastici visitatori la Bologna che avevano lasciato appare irriconoscibile ma trovano consolazione in un’ipotesi para-filosofica sicuramente all’origine del genere umano ci sono i tortellini. Questo li fa ancora sperare nella vitalità dello spirito petroniano. Una bella commedia intelligentemente giocata utilizzando i due idiomi: il bolognese, prevalente, e l’italiano.


90 ‘Fagiolino, Biavati, tre Balanzoni e un cardinale quasi Papa’.
91 17 agosto 1740.
92 Oreste Biavati (1890-1971) venditore “di nient’altro che lamette e sapone” al mercato della Piazzola, imbonitore famoso per i lunghi discorsi e le battute salaci.

E żå un scalfàtt ed cal bån

Un’intensa attività che portò alla “messa in rete” (allora non si diceva, mo as sän capé! [‘ma ci siamo capiti!’]) di personaggi tutti ben disposti a dèr una man ed varnîṡ nôva al ciacarèr in bulgnaiṡ93. Quello però che si volle ridiscutere è la cosiddetta “bolognesità”, spesso evocata ma che è impossibile definire, anche perché “Stà mò da vàdder che såul vuèter a stè in barâca… a sî senpâtic… a fè i dsnómm ai sprucajén… e i v pièṡen äl custulàtt e äl tajadèl lêrzi94 – sintetizzò Ceffo nel corso di una discussione inànz a una féggna ed tajadèl95 – “Quand al fän nuèter a La Padóll csa psàggna dîr, padullesità? E quî ed Frèra èni la ferraresità?96”. E żå un scalfàtt ed cal bån97.


93 ‘Dare una mano di nuova vernice al chiacchierare in bolognese’.
94 ‘Sta a vedere che solo voi state in baldoria… siete simpatici… e fate i complimenti alle ragazze carine… e vi piacciono le costole di maiale e le tagliatelle con molto ragù’.
95 ‘Un pagliaio di tagliatelle’, che sta per un piatto stracolmo di tagliatelle.
96 ‘Quando lo facciamo noi a Padulle cosa possiamo dire, “padullesità”? E quelli di Ferrara hanno la “ferraresità”’.
97 ‘E giù un bicchiere di quel [vino] buon’.

Al fatâz dl Archiginèsi

Stra padé dal bulgnaiṡ (‘fra patiti del bolognese’), ci s’incontra… as ciacâra (‘si chiacchiera’) e ogni tanto salta fuori che c’è un nuovo evento… un’iniziativa che vale la pena non perdere.

Ci fu negli anni ’20 la signora Flavia Saguatti che subì avances un po’ ardite da parte di un giovanotto che passeggiava ai Giardini Margherita. Ne fu incolpato a torto tal Vittorio Scarabelli, che poi fu discolpato in pretura. Sventura per lui fu di avere per amico Cesare Pezzoli98, autore teatrale e giornalista, che scrisse un piccolo capolavoro poetico sotto forma ed zirudèla99 boccaccesca, dando una versione inventata dell’accaduto, Al fatâz di Żardén Margarétta, sottotitolo la Flèvia100.

La storiella non fu mai riconosciuta dal Pezzoli che non la diede mai a stampa. La Flèvia però, di bocca in bocca, fece il giro della Città.
Io stesso negli anni ’70 ne custodivo due versioni, una delle quali mi era stata dettata da un ottantenne amico di mio padre.

Fine anni ’80, Francesco Guccini e Gianni Menarini scrissero un volumetto in cui ricostruivano criticamente, con gustose chiose e saggi a corredo la versione più attendibile del fatto e nel 1990, fresco di stampa, l’instancabile assessore Sinisi ne patrocinò la presentazione e concesse nientemeno che la sala dello Stabat Mater dell’Archiginnasio.

Illustri personaggi, fra cui lo scrittore Luigi Lepri, il latinista Giuseppe Pittano e l’assessore stesso, affiancaronogli autori decretando così la fine della clandestinità e lo sdoganamento de laFlèvia.

La presentazione fu un grande successo con standing ovation dopo la lettura di qualche frammento da parte di Luigi Lepri.

Il volume ebbe ben nove ristampe e divenne un cult dal bulgnaiṡ. Fama del tutto meritata in quanto il testo del Pezzoli è un rincorrersi di situazioni e descrizioni dove la poetica prevale: i s miténn int un sidélli fât apòsta pr un idélli101, mettendo in secondo piano i flash scabrosi; l’à int ûc’ cal culåur vèg che s’la t guèrd’at sfióbb’äl brèg102.

Questo poema, letto di nascosto e tramandato solo per via orale o trascritto a macchina su veline carbonate, è per un bolognese importante quanto Hamlet per un inglese, constatando di persona quanto questo testo ebbe, e ha tuttora, il merito di avvicinare tanta gente alla letteratura in bulgnaiṡ. E, qualche anno dopo, quando l’editore dal Fatâz chiuse la stamperia, erano ancora tanti quelli che si lagnavano di non trovare più l’opera nelle librerie.


98 (1904 – 1967).
99 ‘Di zirudella’, componimento poetico popolare in ottonari a rima baciata.
100 ‘Il fattaccio dei Giardini Margherita’.
101 ‘Si misero in un sedile (panchina) fatto apposta per un idillio’.
102 ‘Lei ha negli occhi quel vago colore che se ti guarda ti sbottona le brache’.

Dî bän só, fantèsma!

Il Festival mi aveva introdotto nel “giro” di amalè dal bulgnaiṡ e aver conosciuto Gigén Lîvra, alias di Luigi Lepri, ha sicuramente allargato il mio orizzonte bulgnaiṡ. In parole povere al m à fât dvintèr pió bulgnaiṡ che prémma 103.

Gigi è un talento multiforme, cultore e studioso della lingua bolognese. Da anni porta avanti un prezioso lavoro di divulgazione e conoscenza del dialetto attraverso articoli, corsi, conferenze, serate di letture con la collaborazione musicale di Fausto Carpani. Ma la sua attività principale è quella di scrivere gustosi testi dentro e attorno alla lingua bolognese, dizionari compresi, e senza tralasciare le genuine ricette della nostra squisita cucina104.

Dal 1995 firma una rubrica settimanale di dialetto sulle pagine bolognesi del quotidiano la Repubblica col titolo Dî bän só, fantèṡma!105, ora trasformata in blog106.

Con “il Gigino” ho avuto l’onore, ma anche il piacere, di combinare qualche “guasto” ma prima di raccontarlo ho il dovere di segnalare un avvenimento di grande importanza per la lingua bolognese.


103 ‘M’ha fatto diventare più bolognese di prima’.
104 Con Daniele Vitali per Antonio Vallardi editore, Dizionario Italiano-Bolognese Bolognese-Italiano (1999). Per le edizioni Pendragon, Dì bän só Bulågnna (2003); Una volta a Bologna si mangiava così (2004); Diciamolo in bolognese. Frasi di autori famosi interpretate in dialetto (2005), Fantèṡma di ritorno (2006); con Daniele Vitali, Dizionario Bolognese-Italiano Italiano-Bolognese (2007); Bacajèr a Bulåggna. Fraseologia dialettale bolognese (2009); insieme ad Amos Lelli e Daniele Vitali, I proverbi di Bologna e dintorni (2010); Dialetto bolognese ieri e oggi (2011); Rime e zirudèl in dialetto bolognese (2014).
105 ‘Ascolta bene, fantasma!’.
106 http://lepri.blogautore.repubblica.it.

Lèżer in bulgnais

Pur avendo Pietro Mainoldi107 lasciato studi con precise indicazioni su come scri-vere in maniera corretta la lingua bolognese, non erano molti quelli che, scrivendo in dialetto, le conoscevano e le applicavano. Fra i testi che circolavano, vigeva l’anarchia più assoluta, un vero peccato in quanto l’uso approssimativo di accenti e quant’altro mette a rischio la corretta conservazione della lingua.Nel 1995 Luciano Canepari108 e Daniele Vitali109 pubblicavano l’articolo “Pro-nuncia e grafiadel bolognese” sulla Rivista Italiana di Dialettologia, analizzando la fonetica del bolognese e aggiornando su questa base l’ortografiadi Augusto Gaudenzi, Gaspare Ungarelli e Mainoldi. Nasceva così l’ortografialessicograficamoderna (OLM) che “ha consentito una serie di sviluppi positivi nell’ottica della tutela e valorizzazione del dialetto bolognese”110. Quasi tutti gli autori di oggi utilizzano questo sistema che permette anche a chi non ha l’abitudine di parlare in bulgnaiṡ di pronunciarlo correttamente.

 


107 V. nota 33.
108 Linguista, docente all’Università degli Studi Ca’ Foscari di Venezia.
109 Laureato alla Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori di Trieste, lavora come traduttore di inglese, francese, tedesco, spagnolo, romeno e nederlandese per le istituzioni europee a Bruxelles. I suoi interessi glottologici sono i dialetti dell’Emilia-Romagna. Ha pubblicato monografiee due dizionari bolognese-italiano. È tra i fondatori di http://www.bulgnais.com e del corso di bolognese che si tiene dal 2002.
110 Luigi Lepri, Daniele Vitali, dall’introduzione al Dizionario Bolognese-Italiano Italiano-Bolognese. Dizionèri Bulgnaiṡ-Itagliàn Itagliàn-Bulgnaiṡ. Con Al Rimèri dal Dialàtt Bulgnaiṡ di Amos Lelli, Pendragon (2007-2009).

Al bulgnais in bisâca

E nel 1999, l’OLM fa la sua apparizione in un curioso oggetto, un dizionario ta-scabile che andava ad aggiungere il bulgnaiṡ alla collana dei dizionari regionali dell’Antonio Vallardi editore: Daniele Vitali, Luigi Lepri, Dizionario Italiano-Bolognese Bolognese-Italiano, il primo strumento che consente la traduzione dall’italiano al bolognese. Avete presente i Collins Dictionary? Ecco, un uṡvai cunpâgn (‘un attrezzo simile’). Con lo stesso difetto: per utilizzarlo ai vôl la véssta d un falcàtt (‘ci vuole la vista d’un falchetto’). Dopo la prima edizione se ne accorse anche l’editore che provvide a ingrandirne il formato.

Un teâter da punpèr

Non ho mai avuto una particolare attrazione per il teatro. Da ragazzino, per la mia buona parlata bulgnaiṡa, un attore di un’importante compagnia dialettale mi propose una piccola parte in una commedia. Mi recai per il provino, ma dover fingere su un palcoscenico di essere un’altra persona (“T è da èser tótt ón col persunâg’111 mi disse il capocomico/regista) procurava in me una certa resistenza. Potei così dedicarmi senza distrazioni al commercio di componenti per l’idraulica e il riscaldamento che allora avevo intrapreso.

Al teatro tornai ad avvicinarmi incontrando sulla strada dei sogni Enrico Pagani del Teatro Alemanni. Un teatro che aveva aperto al dialettale per la prima volta l’11 dicembre 1982 con la compagnia di Arrigo Lucchini e la messa in scena di I fiû di fiû (‘I figlidei figli’).

Quel teatro112 risulterà negli anni successivi il palcoscenico ideale per la commedia bolognese.

Ma nel 2001 l’Alemanni aveva bisogno di  rinvigorire le proprie fila:così accettarono la proposta che il Club Il Diapason113 collaborasse alla sua gestione.Come auspicato, l’Alemanni rifiorì e, oltre a consolidare la sua immagine di tempio dal teâter bulgnaiṡ, allargò i suoi interessi anche ad altri settori dello spettacolo e, grazie all’energia profusa da Gian Luigi Pavani, portò a termine la produzione di rinnovati allestimenti di classici del teatro testoniano114.


111 ‘Devi essere un tutt’uno con il personaggio’.
112 Ancor oggi in grande attività: Teatro Alemanni, via Mazzini 65, http://www.teatroalemanni.it.
113 Associazione culturale fondata nel 1985 (soci fondatori: Gabriella Gallerani, Aldo Jani, Gian Luigi Pavani). È impegnata a realizzare progetti relativi alla musica classica e alla tradizione locale. Contatti: info@clubdiapason.org
114 Alfredo Testoni, massimo drammaturgo in lingua bolognese (1856-1931) ma anche in lingua italiana. Suo capolavoro in italiano è Il cardinal Lambertini. Molto apprezzata la versione cinematograficadi Giorgio Pàstina (1954) con l’interpretazione di Gino Cervi.

Un ariåus profesåur

Dal 1995 è disponibile l’OLM, il metodo di scrittura che aggiorna l’ortografialessicografica. Il primo moderno dizionario (il Vitali-Lepri edito da Vallardi) esce nel ’99. Non poteva mancare la scuola per l’apprendimento dal bulgnaiṡ.

Attorno al 2001 Gigi Lepri mi parlò di alcuni progetti a cui erano interessati sia lui che Daniele Vitali. Mi fece conoscere Daniele che aveva avuto la bella idea di realizzare un sito web tutto bulgnaiṡ115. Concordammo che al bulgnaiṡ mancava lo strumento didattico, scientificamentea utorevole, che ne affrontasse l’insegnamento partendo da una corretta pronuncia e dalla conoscenza di grammatica e sintassi. Promisi che si poteva contare sul Teatro Alemanni e le sue strutture quale sede e sul Club Il Diapason per la promozione e gli aspetti organizzativi. Restava il problema di chi avrebbe potuto svolgere la didattica. Il Vitali si chiamò fuori subito poiché per lavoro risiedeva nel Lussemburgo. Aveva comunque chi poteva ricoprire quel ruolo con tutti i crismi e lo scibile che questo richiedeva. E di lì a qualche giorno incontrai Roberto Serra. Neolaureato in Giurisprudenza, quindi giovane, conosceva alcune lingue straniere e se la cavava egregiamente con l’uso del PC: era lui che teneva aggiornato Al Sît Bulgnaiṡ. Aveva una dedizione assoluta per i nostri dialetti di cui aveva scientificaconoscenza sia della struttura che della storia. Aveva un “neo”, di cui però mi assicurò che nessuno si sarebbe accorto. L êra ariåuṡ: di San Giovanni Persiceto. Ma l’impatto conoscitivo era stato così positivo che ci passai sopra. Ci facemmo anche un paio di bicchieri (mo benéssum, non era neppure astemio!) e la conversazione proseguì su amenità varie fra cui donne e motori.Era nato Al Cåurs ed Bulgnaiṡ, il corso di Bolognese116. Il corso prevedeva sette incontri settimanali della durata di due ore: un’ora di fonologia e grammatica, poi l’incontro con un personaggio della tradizionale cultura bolognese.


115 http://www.bulgnais.com
116 Lo staff: Daniele Vitali direttore didattico, Roberto Serra professore, Luigi Lepri guest professor, Aldo Jani Noè capo-bidello, Carmela Agostini bidella, Fausto Carpani testimonial.

Al Cåurs ed Bulgnais

Nel 2002 ci fu la prima sessione che ebbe un soddisfacente numero di iscritti. Fra questi personaggi, che avrei poi scoperto essere ben più che semplici appassionati cultori dal bulgnaiṡ, c’erano il gustoso poeta (Al povêta) Sandro Sermenghi117 e Amos Lelli, che è attento custode di una grande ricchezza lessicale nostrana e che, inoltre, ha costruito e messo a disposizione di chiunque un utilissimo apparato di font per semplificarel’utilizzo corretto con il PC delle lettere accentate del bolognese. Non solo. Suo è Al Rimèri inserito al centro della seconda edizione del Dizionario Italiano-Bolognese Bulgnaiṡ-Itagliän del duo Lepri-Vitali. Per tutto questo e per tanti altri marchingegni a uso bulgnaiṡ-PC gli è stato attribuito il sopranome di Al Strulgån (‘lo stregone’).


117 (1929-2012).

Do you speak English? Ói! Mo a dscårr bulgnais

Nel giro di qualche mese il passaparola e la comunicazione del Club Il Diapason raggiunsero le redazioni dei media locali e iniziarono a uscire interviste, articoli e servizi su radio e RAI3.

Un azzeccato marchio, Do you speak English? Ói! Mo a dscårr bulgnaiṡ, ha fatto sì che ogni edizione abbia visto l’attenta presenza di un crocchio ed furastîr só l sêri (‘stranieri sul serio’): Francia, Germania, Spagna, Siria, Egitto, Malta, Grecia, Albania, Uzbechistan, Gran Bretagna, Ucraina, Ungheria, Stati Uniti, Regno del Buthan. Un po’ questo l’ONU Bulgnaiṡ che si è finora ritrovato in una delle quindici edizioni del corso.

Äl ciâcher bulgnaisi d aîr o d aîr d là

Le successive edizioni diedero tanta soddisfazione a chi nell’iniziativa aveva cre-duto e chi vi capitava, o per servizio di cronaca o perché ospite o solo per curiosità, ne ricavava entusiastiche impressioni: “… una platea numerosa e attenta prendeva appunti su agende e quaderni, faceva domande e discuteva vivacemente di accenti, pallini, puntini e verbi, in un allegro fruscìo di penne e fogli volanti …”118.

Sono state decine gli ospiti che hanno colorito con il racconto della loro espe-riänza bulgnaiṡa le perifrasi, il femminile, i plurali o le espressioni temporali che il Serra con arguta sapienza ha fin qui spiegato per quasi tre lustriSpesso, accanto a lui in cattedra c’è Luigi Lepri che con humour e semplicità trasmette la ricchezza del suo rovistare stra äl ciâcher bulgnaiṡi d aîr o d aîr d là119. Oppure il Nettuno d’oro, Fausto Carpani, con le sue poetiche cante.


118 Dall’introduzione di Daniele Vitali, Dscårret in bulgnaiṡ?.
119 ‘Fra le chiacchiere bolognesi di ieri o dell’altro ieri’.

Mo té t an pû mégga cójjer äl strèl!

Nel 2003 Roberto Serra dà alle stampe il suo Pränzip Fangén, sua traduzione de Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry. Un accurato lavoro che, oltre a con-servare la bellezza e la freschezza del testo originale, ne accentua i colori proprio grazie all’espressività dal bulgnaiṡ: “Mé, s’ai ò un fazulàtt, a m al pòs métter d intåurn al còl e tgnîrl indòs. S’ai ò un fiåu, a pòs cójjer al mî fiåure purtèrel mîg. Mo té t an pû mégga cójjer äl strèl!”120.


120 ‘Io, se ho un fazzoletto, me lo posso mettere intorno al collo e tenerlo addosso. Se ho un fiore,posso cogliere il mio fioree portarlo con me. Ma tu non puoi mica cogliere le stelle!’. Pubblicato da Wesak editore, per una collana per collezionisti di traduzioni del capolavoro di de Saint-Exupéry nelle lingue e nei dialetti di tutto il mondo.

Al dialàtt bulgnais al dvanta längua bulgnaisa

Finalmente nel 2004 un evento importante: al dialàtt bulgnaiṡ al dvanta längua bulgnaiṡa. Daniele Vitali dà alle stampe Dscårret in bulgnaiṡ? Manuale e grammatica del dialetto bolognese121. Il libro è subito adottato dal Cåurs ma ha interessato un pubblico ben più vasto di lettori. Esso spiega le regole del dialetto bolognese per aiutare chi già lo conosce a scriverlo correttamente e chi non lo parla ancora a comprenderlo e utilizzarlo a regola d’arte. Contiene due CD per apprenderne la pronuncia con canzoni e brani di testi teatrali.


121 Perdisa editore.

Fà bän pulidén

Al Cåurs ed bulgnaiṡ continua la sua ascesa e gli allievi sollecitano approfondimenti che non si possono far rientrare nei sette incontri. Così decidemmo di dar vita al secondo e terzo livello, un’iniziativa molto azzeccata che attrasse addirittura un paio di studenti statunitensi (from Detroit) che poterono frequentare il corso grazie a borse di studio, mentre Matt Ferguson (studente del Wisconsin) poté laurearsi nella sua università con una tesi sul dialetto bolognese. Sarei curioso di sapere quanto gli hanno valutato l’attestato di frequenza che Al Cåurs rilascia ai frequentatori: “da incû al prà dscårrer in bulgnaiṡ con óssta e con capéss, dal mumänt ch’l à frecuentè con prufétt äl leziån dal Cåurs122.

Ci fu poi anche John, inglese, docente di lingua russa nel suo paese che raggiunta l’agognata pensione ha trasferito la sua residenza qui a Bulåggna. E Karma (da Thimphu, Regno del Buthan), manager informatico nella nostra Città, che chissà per quale necessità o ispirazione ha approfondito talmente lo studio dal bulgnaiṡ arrivando oggi a scriverlo meglio di molti di noi. Indimenticabile resterà la storia di Joana, una bella cinesina sbarcata qui proveniente da São Paulo do Brasil per seguire un folgorante amore. S’impegnò con al bulgnaiṡ e così ogni mattina poteva salutare la sua anima gemella che si recava al lavoro con un perfetto “Fà bän pulidén” (‘comportati a modo’).


122 ‘Da oggi potrà parlare bulgnaiṡ con discernimento e intelligenza, dal momento che ha frequentato con profitto le lezioni del Corso’

Pruvän mò ed fèr un pruvén!

Altra richiesta di un gruppo di frequentatori del corso fu quella di essere indirizzati al teatro dialettale. Ne parlai con il grande burattinaio Romano Danielli, attore, regista e autore di brillanti testi teatrali. Nacque Sexpîr? Mo l’é ròba da rédder! (‘Shakespeare? Ma è roba da ridere!’), il filoneteatrale dal Cåurs ed Bulgnaiṡ. Romano impostò il primo step: Dâi mò, pruvän ed fèr un pruvén! (‘Forza, proviamo a fare un provino!’), gioco teatrale che Romano ha animato cercando di trasmettere ai partecipanti trucchi e trovate dell’improvvisazione teatrale in bolognese, mettendo a punto sketch e gag che diventeranno il lavoro teatrale finaleper la stagione del Teatro Alemanni. Gli iscritti furono di gran lunga superiori ai dodici che il numero chiuso aveva previsto e ben di più divennero negli anni successivi. Finché nel 2010 e dopo il saggio finale Parata di Strèlle al Teatro Alemanni col tutto esaurito, le strèlle si sentirono sicure di affrontare il palcoscenico per conto loro, senza tutor. E fondarono la Compagnia del Corso.

Pirån for Sénndic

Il Corso diventò anche un crocevia di bolognesofili e così, durante l’edizione del 2006, le lezioni spesso si trasformarono nel set televisivo in cui una troupe riprendeva e intervistava. Erano chi ragâz dla Loop Srl123 impegnati nella realizzazione del primo cartoon in bulgnaiṡ: Pizunèra (‘piccionaia’), una storia in 3D fra piccioni e volatili di Piazza Maggiore. Un divertimento di quindici minuti in un DVD tutto dedicato al dialetto bolognese… quello corretto… quello da studiare e da parlare con orgoglio: al bulgnaiṡ. E furono in parecchi dello staff dal Cåurs che ebbero un ruolo in quell’artistico prodotto. Tanto artistico che il cartoon venne premiato al Future Film Festival del 2007.Un paio d’anni dopo la stessa equipe realizzò Pizunèra2. Una seconda storia della famiglia di Pirån al pizån gustosamente in chiave elettorale: Pirån for Sénndic.


123 http://www.loopmm.com/projects.

Un dialàtt terébbil

Il 25 ottobre 1996 Ettore Pancaldi e Romano Danielli dagli studi della Sesta Rete (7 Gold, Nuova Rete, Rete 8) mandarono in onda il Nutizièri Bulgnaiṡ, voluto e pensato da Luigi Ferretti, patron dell’emittente stessa. Sicuramente il primo espe-rimento in Italia di notiziario televisivo – se volete, “telegiornale” – in dialetto.Prima dell’estate 2007 Danielli dichiarò conclusa quella sua esperienza. Informato di ciò, feci una chiacchierata con il “superstite” Ettore Pancaldi e decidemmo che Al Nutizièri doveva continuare a vivere. Di comune accordo ne modificammoil taglio, orientando le informazioni che ogni settimana distribuiamo verso argomenti culturali, con particolare attenzione ai palcoscenici teatrali locali e alla tradizione delle nostre genti.
Per dare colore e dinamismo alla trasmissione abbiamo allargato lo staff di redazione affiancandoci due personaggi già ben attivi nel comic mondo bolognese: Ceffo e Zcòn l é bòn (Alberto Gruppioni e Andrea Marchesini), leader e vocalist della mitica Honolulu Gang “made in La Padóll”. Anche con l’intendimento di dare “ariosità” alla trasmissione. Si aggiunse poi Patrizia Strazzari, protagonista di tutti i successi degli ultimi dieci anni della gloriosa Compagnia Dialettale Bruno Lanzarini. E ancora: Gruppiofigo, surreale esploratore del mondo giovanile (anca ló “made in La Padóll”), e Rossella Regina, La Furastîra (un po’ di esotismo non guastava). Rossella viveva già a Bologna da una decina di anni. Si è presentata al Nutizièri per cantare, lei calabrese, una canzone natalizia bolognese. Un dialàtt terébbil, una voce meravigliosa e una simpatica comic verve che Al Nutizièri non si è più lasciato scappare.
Acquisti recenti sono Fabrizio Carollo, giovane scrittore, cronista e fotografo il cui progetto è quello di portare a valle tramite la televisione vita, eventi e costumi della montagna bolognese: Appennino Nostrum. E Rosy Rosella, volontaria in un canile, che partecipa alle trasmissioni con Sofia,una telegenica chihuahua, per sensibilizzare il pubblico contro i maltrattamenti e gli abbandoni degli amici a quattro zampe.

Quasst l é al staff ed Quî dal Nutizièri (‘questo è lo staff di Quelli del Nutizièri’), così come poi abbiamo pensato di chiamare questo allegro e impenitente insieme che spesso ha anche coinvolto Carla Astolfi, pilastro del teatro petroniano.

La trasmissione è a tutt’oggi ben viva e ogni settimana va in onda su ben tre canali della Sesta Rete (7 Gold, Nuova Rete, Rete 8 Vga)124 con la vigile regìa di Matteo Righi.


124 7 Gold, canale 13 del digitale terrestre; Nuova Rete, canale 110; Rete 8 Vga, canale 86.

A t al scrîv con una “maila”

Nel 2007 tutta la storica e artistica magnificenzadi Cappella Farnese, a Palâz, diventa la dovuta cornice della presentazione del Dizionario Bolognese-Italiano Italiano-Bolognese. Dizionèri Bulgnaiṡ-Itagliàn Itagliàn-Bulgnaiṡ di Luigi Lepri, Daniele Vitali. È un evento di “portata cosmica” per il firmamento bulgnaiṡ. Solo due anni dopo arriva la II edizione con l’aggiunta del Rimèri dal Dialàtt Bulgnaiṡ messo a punto da Amos Lelli, utilissimo ai “zirudellai”.
Al bulgnaiṡ è qui trattato come lingua ben viva e con un sicuro futuro. Tant’è che propone una serie di simpatici neologismi relativi ai più recenti processi tecnologici. In un mini capitolo alla voce ‘computer’ trovate “Terminologia minima del Computer”125.
Parché par zêrt amalè dal bulgnaiṡ Internet è un importante oṡviglio (‘attrezzo’) di aggregazione. Inizialmente fu attorno al Sît Bulgnaiṡ (since 1999!), poi con una mailing-list che si tramuterà in un informale sodalizio (2010) che unirà all’amicizia l’amore par Bulåggna alternando alla discussione via e-mail – a t al scrîv con una “maila” (‘te lo scrivo con una…’) – pantagruelici incontri in trattoria stra fonemi, etimi e spuntadûr (costolette di maiale). E quassta l’é La Bâla dal Bulgnaiṡ (‘e questa è la Balla del Bolognese’).Per i sóccia-network invêzi ci si può sbizzarrire stra Facebook, Twitter, il blog Nutizièri Bulgnaiṡ, Al Sît Bulgnaiṡ, Il Ponte della Bionda e La Famàjja Bulgnaiṡa126.
Qué a psî stèr trancuéll ch’a liżrî un bulgnaiṡ cunpâgna Idío al cmanda. E brîṡa cómm al câpita a stèr drî127 ad altri, più “sócc’mel” che “social” impegnati a far business raccontando spesso in un ipotetico bolognese quello che succede a Bologna.


125 Conpiûter, zarvlån, calcoladåur (computer); dièri int la raid (blog); métt vî (close); dscanzèla (delete); cartèla (directory); documänt (file); carâter (font); lîber di viṡitadûr (guestbook); prémma pâgina (home page); ligâm (link); léssta d indirézz (mailing-list); pundghén (mouse); tû fòra (open); pónt (pixel); regésstra (save); spedéss (send); róssc eletrònic (spam); padrunâz dal sît (webmaster); Gran Tlarè Mundièl GTM (World Wide Web, WWW); Raid däl Raid (Internet).
126 Su Facebook: Al Cåurs ed Bulgnaiṡ – Il Corso di Bolognese; Nutizièri Bulgnais 7 Gold e Nuovarete. Su Twitter: @DialettoBologna, @ClubDiapason, @bulgnais, @BalaDalBulgnais, @DialattBulgnais, @nutizieribo, @AlSitBulgnais. Il blog: https://nutizieribulgnais.wordpress.com. I siti: http://www.bulgnais.com, http://www.pontedellabionda.org, http://www.lafamigliabolognese.it.
127 ‘Qui potete stare tranquilli che leggerete un bolognese come dio comanda. E non come succede a seguire…’.

Stra etróssc e garibaldén

Bologna intanto fa un’operazione di maquillage a tanti dei suoi monumenti fra cui le dieci porte superstiti ai piani urbanistici che a cavallo del XIX e XX secolo modificarono l’aspetto della Città
Nel 2003, per iniziativa dell’allora presidente della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, prof. Fabio Roversi-Monaco, nasce Genus Bononiae. Musei nella Città, un progetto che si propone di sviluppare una nuova concezione di museo all’interno del centro storico. Un percorso culturale, artistico e museale articolato in edifici di Bologna. E, fra questi, vi è Palazzo Pepoli Vecchio, edificio del XIV secolo nella Via Castiglione. Dal 27 gennaio 2012 diventa la sede di un museo innovativo dedicato alla storia di Bologna: dalla Felsina etrusca ala nòstra Bulåggna. Qui per la prima volta un’istituzione museale dedica spazio alla lingua bolognese e alle teste di legno: i burattini della nostra tradizione. Un importante contributo alla scelta dei reperti esposti viene dalla Bâla dal Bulgnaiṡ, a cui si aggiunge la mia proposta di ospitare, nelle aule didattiche della struttura, Al Cåurs ed Bulgnaiṡ. Proposta accolta da quella Direzione, così dal 2013… mé a sån, té t î, ló l é, nuèter a sän, vuèter a sî, låur i én128, ogni anno, dal dé ed San Ptròni (‘dal giorno di San Petronio’, il 4 ottobre) vengono coralmente coniugate stra etróssc e garibaldén (‘fra etruschi e garibaldini’) al’åmmbra däl Dåu Tårr in Stra Castión al nómmr òt (‘a l’ombra delle due torri in Via Castiglione al n° 8’).


128 ‘Io sono, tu sei, lui è, noi siamo, voi siete, loro sono’.

Méll, mêl, mèl

Uno strumento di approfondimento importantissimo per una lingua del popolo come al bulgnaiṡ, ricca di paradossi che danno colore ai discorsi e alle descrizioni. È implicito che per mantenere l’intrinseca simpatia del nostro parlare è importante usarlo con correttezza. Provate a immaginare cosa si può fraintendere confondendo soltanto il valore fonetico degli accenti, in una lingua talmente espressiva che assegna significati assai diversi a tanti dei suoi lemmi solo aprendo più o meno la bocca o tgnîrla lónga (la vocale, naturalmente). Esempio? méll = ‘mille’; mêl = ‘miele’; mèl = ‘male’. Oppure bän e bån (‘bene’ e ‘buono’). Oltre allo spigliato Cåurs, per affinare il proprio bulgnaiṡ ci sono diversi testi che ci aiutano a familiarizzare con le bizzarrie della nostra lingua: vanno sicuramente presi in considerazione grammatica e dizionario129. Un testo utilissimo è anche Parlare italiano a Bologna di Alberto Menarini: ne gioverà anche l’italica lingua. C’è poi bisogno di letture che introducano “correttamente” nei meandri della lingua e anche della nostra tradizione più genuina: non si sbaglia a pescare nella copiosa bibliografia di Luigi Lepri. Non mancate le sue ricette rispettose della nostra tradizione culinaria. Consigliate sono anche le precise traduzioni in vernacolo del Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupèry 130 e di Ṡgunbéi di Loriano Macchiavelli131. E, adesso, anche del Cantico dei cantici. Canta däl Canti132. Alta poesia messa in bolognese da Stefano Rovinetti-Brazzi, con la traduzione italiana dall’antico ebraico di S.E. il Cardinal Gianfranco Ravasi: un’iniziativa di Enrico Pagani dell’Associazione Alemanni alla quale mi sento onorato di aver collaborato. Altri testi che consiglio anche perché li ho vissuti “da dentro” sono: una riedizione del Fatâz di Żardén Margarétta a cura degli Anonimi del Terzo Millennio che aggiungono al testo del Pezzoli qualche simpatica nota, le tavole pittoriche di Paolo Roversi e un CD con la recitazione in perfetto bulgnaiṡ del poema133. A ciò aggiungerei Uraziån al Sgnåur, ala Madòna, ai Sant134, una ricerca durata oltre un lustro che ha rintracciato, analizzato, esposto sistematicamente e commentato la devozione così come è stata vissuta spontaneamente dal popolo bolognese fino al XX secolo.


129 Daniele Vitali, Dscårret in bulgnaiṡ? Manuale e grammatica del dialetto bolognese, Perdisa editore; Luigi Lepri, Daniele Vitali, Dizionario Bolognese-Italiano Italiano-Bolognese. Dizionèri Bulgnaiṡ-Itagliàn Itagliàn-Bulgnaiṡ. Con Al Rimèri dal Dialàtt Bulgnaiṡ di Amos Lelli, Pendragon (2007-2009).
130 Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupèry, traduzione in bolognese di Roberto Serra, Wesak, Aosta (2003).
131 Loriano Macchiavelli, Sgunbéi. I segrêt dla zitè (i segreti della città), Romanzo in dialetto bolognese + CD audio, traduzione in dialetto bolognese, Federico Galloni (2011)
132 Cantico dei Cantici. Canta däl Canti, traduzione in dialetto bolognese di Stefano Rovinetti Brazzi, traduzione in italiano e commento di S. Em. Card. Gianfranco Ravasi, a cura di Aldo Jani Noè e Enrico Pagani, Maglio editore (2015).
133 Anonimi Petroniani del Terzo millennio, Al fatâz di Żardén Margarétta (La Flèvia), Perdisa editore (2006).
134 Gabriella Gallerani, Enrico Pagani, Roberto Serra, Uraziån al Sgnåur, ala Madòna, ai Sant. La preghiera in dialetto bolognese, scritti di: Roberto Serra, Gioia Arzenton Lanzi, Fernando Lanzi, Chiara Sirk e Martina Spaggiari, Pendragon (2012).

Un puctinén pió bulgnîs

Con questa ultima informazione si conclude il racconto del mio viaggio dentro e attorno alla lingua bolognese. Ne sono stato stimolato dall’aver ascoltato la viva voce di Bruno Lanzarini mentre sciorinava i suoi arguti monologhi. I culûr dal sô dscårrer (‘i colori del suo discorrere’) sono sicuramente stati la molla per tanti appassionati della tradizionale cultura della nostra Gente decisi a metterne “in sicurezza” la genuina lingua. Un percorso non breve. I risultati di oggi sia nelle arti che nella comunicazione sono stati raggiunti grazie a molti degli interventi che ho potuto citare e che hanno coinvolto diversi settori: letteratura, musica, editoria, web, spettacolo, informazione. In questo percorso Lanzarini è un importante perno attorno a cui si è mosso al Teâter Bulgnaiṡ. Il suo contributo è importante e costante in un lungo lasso di tempo, dai primi decenni del XX secolo agli anni ’70, dove diviene trampolino per il salto finale che si compie proprio in questi giorni (settembre 2015) con la costituzione da parte della Regione Emilia-Romagna di un importante strumento a tutela dei vernacoli di queste terre, il Comitato Scientificoper la Salvaguardia, la Valorizzazione e la Trasmissione dei Dialetti dell’Emilia-Romagna.
Incû (‘oggi’) al bèl dscårrer bulgnaiṡ ed Lanzarén (‘il bel parlare bolognese di Lanzarini’) lo potete scoprire ascoltando il CD virtuale abbinato a questo libro.
Unito ai testi dei monologhi, è un’occasione da cogliere per diventare un puctinén pió bulgnîṡ.

13-0.5-fotAldo_foto03Aldo Jani Noè

Mo scorri bene in itagliano. Fra Bulåggna, Bulgnîs e Bulgnais

in

E tè prélla, un bolognese in palcoscenico

E_te_prella_cover_solo-prima

il volume consente  di scaricare il CD virtuale del bel parlare bolognese di Lanzarini, con alcuni dei suoi monologhi, è un’occasione da cogliere per diventare un puctinén pió bulgnîṡ.